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Cosa sono gli Utp e perché fanno paura alle banche

Utp è un altro acronimo che terrorizza letteralmente il mondo bancario. Si tratta degli Unlikely to pay, ovvero quelle che da un punto di vista tecnico rappresentano le inadempienze probabili di un’azienda la quale abbia ricevuto un finanziamento.

Nel nostro Paese il loro totale si attesta a quota 79 miliardi di euro, secondo le ultime statistiche disponibili, quelle fornite dalla decima edizione dell’Osservatorio NPL di Banca IFIS.

Rappresentano l’altra faccia dei crediti deteriorati, insieme ai Non Performing Loans (NPL) e anch’essi continuano a zavorrare il sistema bancario tricolore. A partire da Unicredit, che ne detiene 14,4 miliardi e da Intesa Sanpaolo, gravata da 13,6. Ma sono praticamente tutti i maggiori istituti italiani ad avere problemi in tal senso.

Qual è la differenza tra Utp e altri crediti deteriorati?

A differenziare gli Utp dagli altri crediti deteriorati è soprattutto la capacità di rientro del debitore valutata dalla banca. Che nel caso delle sofferenze è pari a zero, o quasi. In pratica la speranza di rientrare delle somme prestate non esiste più e le banche non possono neanche pensare a come rientrare almeno di una parte delle cifre impiegate in queste operazioni.

Nel caso degli Utp si parla invece di aziende non decotte. Entrate probabilmente in una spirale di difficoltà che gli impedisce di onorare il debito contratto, ma che pure continuano ad operare. Verso le quali, quindi, alcune banche hanno deciso di assumere un atteggiamento di cauta attesa. Nella speranza che possano riprendersi, conoscendone magari la storia e non considerandole un semplice numero.

Cosa prevede la normativa sugli Utp

La normativa vigente, prevede che gli Utp debbano essere ceduti una volta scaduti i diciotto mesi dal mancato pagamento. Questo proprio per evitare che possano con il tempo trasformarsi in crediti inesigibili e contribuire a rendere più fragile il sistema bancario italiano.

La vendita degli Utp può rivelarsi conveniente sia per la banca che li cede, che vede migliorare il proprio bilancio, sia per chi li acquista, ritagliandosi il diritto a richiedere le somme dovute. L’acquirente degli Utp, infatti, compra questi debiti a prezzi stracciati e confida nella ragionevolezza della controparte.

La convenienza esiste soprattutto per il debitore

Va sottolineato come nel caso degli Unlikely to pay la convenienza si sposti in maniera abbastanza netta dalla parte del debitore. Il quale può accordarsi per una rinegoziazione del debito tale da costringerlo ad un esborso molto più contenuto di quello originario.

Tanto da fare di questo spezzone di mercato creditizio un settore sempre più vitale. Come dimostrano i dati del Debtwire ABS NPL Database presentati nel corso del Debtwire’s Italian Restructuring Forum tenutosi a Milano.

Dal quale è emerso come l’Italia costituisca il maggiore mercato di crediti problematici in Europa. Basti pensare che nel corso del 2018 il nostro Paese ha visto la vendita di 101,3 miliardi di euro di Utp, sul totale di 205 a livello europeo.

Chi è che recupera i crediti?

Per quanto riguarda il recupero dei crediti, i maggiori servizi esistenti nel nostro Paese sono DoValue (82 mld di masse gestite), Credito Fondiario (52 mld) e Cerved Credit Management (46 mld). Alle loro spalle si posizionano Intrum Italy (41 mld), Ifis Npl/FBS e Prelios (entrambe a 24 mld). AMCO, Phoenix Asset Management, Guber e Sistemia. Queste aziende, messe insieme, gestiscono il 78% circa del recupero crediti in Italia.

Un settore il quale nel corso dei prossimi anni potrebbe espandersi ulteriormente, considerata la situazione molto grave creata nel nostro settore produttivo dalla pandemia di Covid. E che, quindi, potrebbe diventare sempre più decisivo al fine di sgravare il sistema bancario da una zavorra che rischia di affondarlo.

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