Crediti deteriorati

Crediti deteriorati: cosa sono e perché fanno paura

I crediti deteriorati continuano a destare molto timore nel sistema bancario e creditizio italiano (e non solo). Nelle casse degli istituti, infatti, hanno raggiunto ormai da tempo una quantità tale da renderli simili ad una vera e propria bomba ad orologeria. Pronta a scoppiare e fare danni ove non si riesca a disinnescarla.

Proviamo quindi a capire l’ampiezza di questo fenomeno e il motivo per il quale le sofferenze, altro nome con cui sono indicati i crediti impossibili (o quasi) da riscuotere, fanno paura all’intero sistema. Anche quello politico.

Crediti deteriorati: i dati di Banca Ifis

Per capire l’ampiezza del fenomeno si può partire dai dati forniti all’inizio dell’anno da Banca Ifis nella decima edizione del Market Watch Npl, intitolata “Npl Transaction Market and Servicing Industry”. Secondo la quale, i crediti deteriorati ammonterebbero a circa 325 miliardi di euro. Ai  246 miliardi di euro di sofferenze bancarie vanno infatti sommati 79 miliardi di Unlikely to pay (Utp).

Se si scende nel dettaglio, si scopre che 141 miliardi di euro lordi sono ancora iscritti nei bilanci delle banche (77 miliardi di sofferenze e 64 miliardi di utp), mentre ammontano a 198 i miliardi ceduti tra il 2015 e il 2019, ad aziende specializzate e investitori dotati di piattaforme di recupero.

Un notevole passo in avanti per il sistema bancario italiano, rispetto ai dati del 2015. Quando gli istituti tricolori ancora collezionavano 341 miliardi lordi nei bilanci. Non tale, però, da consentire sonni tranquilli nell’immediato futuro.

Sofferenze bancarie: perché la situazione è ancora critica

La criticità della situazione, nonostante i miglioramenti ricordati, può essere dedotta in particolare dagli obiettivi indicati dalla Banca Centrale Europea. Secondo la quale il bersaglio, entro il 2021, è il conseguimento di un rapporto tra crediti deteriorati e totale crediti pari al 5%. Ovvero quasi la metà rispetto a quello attuale, attestato al 9% circa.

In pratica, al fine di poter conseguire tale obiettivo, le banche italiane dovranno riuscire a vendere altri 80 miliardi di crediti deteriorati entro la fine dell’anno in corso. Si tratta di una missione considerata praticamente impossibile, proprio alla luce del fatto che nel precedente quadriennio il sistema bancario italiano ha praticamente saturato la capacità di assorbimento dei crediti deteriorati da parte del mercato.

Il problema che si prospetta

Va peraltro sottolineato come una notevole parte degli Utp sia destinata a tramutarsi infine in veri e propri crediti deteriorati. Soprattutto quelli di un settore come quello delle costruzioni, dove si annidano queste sofferenze. Il quale rappresenta il 49% circa delle Pmi operanti in Italia.

Un dato il quale va peraltro rapportato alla situazione economica generata dal diffondersi del Covid-19, che ha costretto in pratica alla chiusura delle attività produttive non essenziali. Mettendo in grande difficoltà una miriade di imprese le quali, attualmente, non sono in grado di fare fronte ai piani di rientro precedentemente concordati.

Mancano le società di recupero crediti

Un ultimo dato può aiutare a comprendere perché i crediti deteriorati facciano sempre più paura, nonostante il miglioramento degli ultimi anni. In questo momento, infatti, le banche le quali intendono venderli non riescono a trovare risposte esaurienti sul mercato.

E non perché manchino coloro che intendono investire su di essi, i quali abbondano, ma per la penuria di società in grado di lavorare sulla questione. Basti pensare che le prime dieci aziende operanti in questo particolare settore, devono attualmente gestire circa 256 miliardi di crediti deteriorati. Per poterlo fare al meglio della propria capacità dovrebbero quindi investire in maniera massiccia. Non solo in termini di personale, ma anche di tecnologie adeguate. Resta da vedere se in considerazione della pandemia in atto ne abbiano effettivamente voglia.

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