DeFi

DeFi: opportunità o bolla?

La DeFi, sigla che sta ad indicare la finanza decentralizzata, sta diventando un vero e proprio caso. Nel corso delle ultime settimane, infatti, si è assistito al boom di una lunga serie di progetti i quali hanno messo a segno rialzi clamorosi delle propria quotazione in archi temporali estremamente ristretti.

Basti pensare al caso di UNI, il token di governance di Uniswap, passato nell’arco di circa 24 ore da 2,80 a 5,80 dollari per token. Con una capitalizzazione che partita da 50 milioni di dollari, in pochi giorni si è attestata ad oltre 540.

Non si tratta peraltro del solo caso che ha destato clamore, tanto da spingere molti analisti a porsi una precisa domanda: la finanza decentralizzata è una vera opportunità o si tratta solo di una bolla, l’ennesima in campo finanziario? La risposta deve essere necessariamente articolata.

Che cos’è la DeFi?

Per finanza decentralizzata (DeFi) si intendono tutti quei servizi finanziari i quali utilizzano contratti intelligenti (smart contract), ovvero gli accordi esecutivi automatizzati che non necessitano della presenza di intermediari e utilizzano la tecnologia blockchain.

In pratica, si tratta della versione decentralizzata e automatizzata di alcuni tradizionali strumenti finanziari. Uno dei servizi tipici in questo ambito è l’acquisto di token i quali riproducono l’andamento del dollaro o dell’oro. Oppure la concessione di prestiti sulla base della propensione al rischio, come accade nel social lending.

DeFi: reale opportunità o ennesimo Schema Ponzi?

Il grande successo incontrato dalla finanza decentralizzata, ha spinto molti osservatori esterni ad indicarla alla stregua dell’ennesimo schema Ponzi. Accusa giustificata dal fatto che a fungere da richiamo per gli investitori è proprio la promessa di grandi, immediati e facili guadagni. Una promessa troppe volte alla base di schemi piramidali del passato. E che nonostante ciò continua a calamitare consensi.

Va però sottolineato come in questo caso ci sia anche qualcosa di concreto, ad agitare le acque. Come abbiamo già ricordato, uno dei casi più frequenti di DeFi è la concessione di prestiti, a soggetti altrimenti esclusi dal circuito finanziario tradizionale. A livello mondiale sono miliardi i soggetti che non hanno la possibilità di gestire le proprie risorse con un conto corrente o un analogo strumento finanziario. La finanza decentralizzata, quindi, ove utilizzata bene, può essere una reale opportunità.

Il caso SushiSwap

A spingere gli esperti a porsi la domanda che abbiamo già ricordato, è in queste ore soprattutto la strana vicenda di SushiSwap. Si tratta di un progetto di DeFi nato come vero e proprio contraltare di UniSwap. Una mission che non è mai stata nascosta dai suoi promotori. Uno dei quali, però, Chef Nomi ha dato luogo ad una serie di comportamenti i quali rappresentano il manuale di ciò che non si dovrebbe fare, quando si tratta di progetti finanziari.

In pratica, il co-fondatore di Sushiswap ha subito venduto i suoi token, passando di conseguenza all’incasso. La mossa ha avuto larga pubblicità e il risultato che ne è conseguito è stato disastroso, con il pratico affossamento del prezzo di Sushiswap. Quando l’accaduto è stato reso pubblico, Chef Nomi è tornato sui suoi passi e ha versato 38mila Ethereum sul wallet del progetto, come forma di risarcimento. Inoltre ha deciso di mettere in mano lo stesso a Sam Bankmann-Fried, CEO dell’exchange FTX. Il danno era però ormai stato fatto.

Il crollo di YAM Finance

Altro caso clamoroso è stato poi quello di YAM Finance, protocollo crollato a causa di un difetto di sistema. In pratica un bug aveva lasciato la possibilità di coniare un numero abnorme di risorse, rendendo di fatto impossibile la sua governance. Sospeso per evitare guai peggiori, è poi tornato sul mercato, depurato dei vizi originari, grazie all’aiuto fornito da una società di sicurezza informatica.

Resta però la sensazione di improvvisazione lasciato da quanto accaduto. Come potersi fidare di investire i propri soldi in progetti che non sono stati, con tutta evidenza, controllati in maniera certosina?

La necessità di regole

Il problema vero, in questo caso, consiste nella assoluta mancanza di regole. Non essendoci mediatori e controllori, il rischio di truffe è altissimo.

Il tutto mentre il settore continua a crescere a ritmi vertiginosi. Se nei primi giorni di giugno la DeFi aveva toccato la soglia del miliardo di dollari in risorse impiegate nei vari servizi, da allora il valore è già quintuplicato.

Tanto da sollevare l’allarme in molte persone, a partire da alcune personalità del mondo crittografico. Tra le quali spicca Ryan Selkis, il fondatore di Messari, il cui giudizio è assolutamente impietoso: la DeFi è una truffa. I prossimi mesi si incaricheranno di far capire se il suo giudizio abbia un fondamento o meno.

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