Evasione fiscale, il vizietto dei VIP

Evasione fiscale, il vizietto dei VIP

Dolce e Gabbana

L’Italia è un Paese ove l’evasione fiscale è sempre di gran moda. Praticata da chiunque è in grado di sottrarre risorse al fisco e difetta dello spirito civico necessario per capire il danno che viene fatto alla comunità, in particolare ai soggetti più deboli. Perché chi evade i soldi al fisco non solo sottrae risorse ai servizi erogati dallo Stato, ma li utilizza senza averne in pratica diritto.

Un capitolo a parte, in questa storia, spetta poi ai cosiddetti VIP, ovvero ai personaggi famosi dei più disparati settori, a partire dallo spettacolo, dall’economia e dallo sport, che si dilettano nella sottrazione di quanto spettante all’erario. Un elenco molto folto, in cui compaiono anche nomi insospettabili. Andiamo a vederne alcuni.

Gino Paoli e le Feste de L’Unità

Il primo nome a destare clamore è quello di Gino Paoli. Il cantautore famoso per alcuni dei brani più belli del dopoguerra (Sapore di sale, La gatta, Il cielo in una stanza), è infatti stato accusato di aver evaso circa due milioni di euro. Guadagni ottenuti in qualità di compenso per le prestazioni canore nel corso delle tante Feste de L’Unità cui ha partecipato nel corso dei decenni. Sempre in nero, come secondo Paoli si usava al tempo. Dimenticando inoltre di accludere 800mila euro nella dichiarazione dei redditi del 2009.

Il reato è in questo caso reso ancora più grave dal fatto che il cantautore, notoriamente di sinistra, ha anche partecipato a manifestazioni contro l’evasione fiscale. Tanto da guadagnarsi per questo l’accusa di ipocrisia dal Foglio. Il reato è stato comunque prescritto, nonostante la sua ammissione di colpevolezza e l’accordo realizzato con il fisco per un rientro rateale dei debiti contratti.

Diego Armando Maradona: una vicenda senza fine

Altra vicenda clamorosa di evasione fiscale è poi quella che riguarda Diego Armando Maradona. Il Pibe de oro argentino, infatti, è stato condannato per aver sottratto all’erario circa 13 miliardi di lire nel corso della sua militanza nel Napoli.

Una vicenda che è rimasta sempre abbastanza oscura, nata per il problema di notificare le cartelle al fuoriclasse nel 1991, quando ormai si era allontanato da Napoli. Con il tempo la vicenda ha assunto l’aspetto di un fiume in piena, tanto che con gli interessi di mora la cifra è lievitata ad oltre 40 milioni di euro.

Il nodo del contendere era da ricercare nel fatto che tra il 1985 e il 1990 il Napoli aveva corrisposto i diritti di immagine a lui dovuti a società terze con sedi all’estero, che poi li avevano fatti pervenire a Maradona.

Una pratica giudicata truffaldina dal fisco e dal giudice tributario di primo grado (decisione n. 3230/93). Secondo loro, infatti, in tal modo si realizzava una “interposizione fittizia” della società sponsor che non solo permetteva ai calciatori di percepire compensi aggiuntivi agli emolumenti ufficialmente dichiarati quale retribuzione, ma anche di pagare meno imposte. Mentre la società andava a risparmiare sulle ritenute alla fonte.

Interpretazione contestata dai legali di Maradona, fondandosi su una sentenza che ha mandato assolti per lo stesso reato i compagni di squadra Alemao e Careca. Senza però riuscire a scagionarlo.

L’eterovestizione di Dolce & Gabbana

Infine un caso clamoroso che ha riguardato uno dei marchi più iconici del Made in Italy del lusso, Dolce & Gabbana. Un caso che trae origine da vicende che risalgono al 2004 e coinvolgono la Gado Sàrl (poi Gado Srl, ridenominata Dolce&Gabbana Trademarks), cui venne concessa la licenza per esercitare il diritto esclusivo di sfruttamento delle royalties della casa madre italiana.

Secondo la Guardia di Finanza, però, l’operazione in questione sarebbe servita solo per un classico caso di eterovestizione. Ovvero lo sfruttamento di una società con sede legale estera tesa a sottrarre soldi dovuti all’erario. Una abitudine ormai per molte aziende italiane.

In questo caso, però, la sentenza finale è stata di assoluzione. Dovuta al fatto che la creazione di una società all’estero in modo da ricavare un miglior regime fiscale non costituisce di per sé un reato. Almeno alla luce del diritto comunitario, come affermato nella sentenza. Almeno questa è stata l’interpretazione della Cassazione che ha chiuso il contenzioso. In attesa magari di nuove puntate.

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