Robot

I robot distruggeranno posti di lavoro?

Lo sviluppo tecnologico, paradossalmente, inizia a destare un notevole timore. Se un tempo si pensava che un ricorso sempre più diffuso dei macchinari avrebbe aiutato l’umanità ad affrancarsi dalle mansioni lavorative più dure, ora la paura è che i robot possano distruggere posti di lavoro.

Il tutto con una organizzazione sociale che non appare pronta a trarre le dovute conseguenze di questo evento. Proprio per questo sembra arrivato il momento di iniziare a studiare quelle che potrebbero essere le conseguenze della rivoluzione che sta per bussare alle nostre porte.

Lo studio del World Economic Forum

Una analisi molto interessante è quella che è stata formulata di recente dal World Economic Forum. Il quale sembrerebbe dimostrare che a differenza di quanto sono portati a credere in molti, l’automazione non è uno svantaggio per i lavoratori in carne ed ossa.

Secondo questo report, infatti, entro sette anni i robot saranno chiamati a svolgere circa la metà delle mansioni che attualmente sono affidate ad esseri umani. La quarta rivoluzione industriale, come è già stata ribattezzata la fase che si sta aprendo, dovrebbe infatti convertire all’automazione 75 milioni di posizioni lavorative. Tra le mansioni interessate alcune amministrative (come la gestione delle buste paga e dei libri contabili), oltre all’inserimento manuale dei dati nei sistemi informatici.

Saranno più i posti di lavoro creati di quelli persi

A fronte di questo dato, va però segnalato come saranno 133 milioni i nuovi posti di lavoro resi possibili da questa svolta, entro il 2022. Secondo il World Economic Forum, infatti, serviranno scienziati, esperti di analisi dei dati, in intelligenza artificiale, sviluppatori di software, manager gestionali e specialisti nei settori delle vendite e del marketing.

Quindi, ammonterebbe a 58 milioni il saldo in termini di nuovi posti di lavoro resi possibili dal ricorso massiccio all’automazione. I quali saranno però appannaggio di quei Paesi che avranno saputo investire massicciamente in formazione. Saranno proprio loro ad intercettare il trend, preparando personale idoneo alle nuove mansioni richieste.

Molto tempo libero in più

L’altro dato che emerge dallo studio del World Economic Forum è quello relativo alla quantità di tempo libero che sarà reso possibile da questa rivoluzione. Se al momento attuale il 29% del lavoro è svolto dalle macchine, entro il 2025 il dato arriverà al 52%.

Resta però ancora da capire se questo dato sarà un vantaggio o meno. Se, infatti, gli orari di lavoro dovessero restare quelli attualmente in vigore, si potrebbero creare le condizioni per una massiccia espulsione di mano d’opera. La quale, nei Paesi ove latita un welfare efficiente, potrebbe tramutarsi in danno del tutto evidente.

Un caso limite: Amazon

C’è un caso limite che desta molto timore nei lavoratori. Si tratta di Amazon, il quale sembra puntare ad un modello in cui le macchine vanno a dettare i ritmi lavorativi agli umani. Rendendoli di fatto impraticabili, per l’usura fisica che in breve possono generare.

Tanto da aver spinto gli addetti alla logistica di una sede statunitense dell’azienda, posizionata a Minneapolis, a scioperare durante il Prime day a causa delle condizioni di lavoro, giudicate disumane. Una protesta che sembra una anticipazione di quello che potrebbe avvenire.

Il sistema parzialmente automatizzato di Amazon è infatti governato da sistemi di intelligenza artificiale i quali provvedono ad analizzare i picchi di lavoro in modo da dirottare sui magazzinieri meno impegnati le attività in eccesso. Il carico di lavoro nel corso dei due giorni del Prime day è stato tale che alcuni addetti si sono trovati a preparare fino a 600 pezzi per ogni ora di lavoro. In  questo caso, quindi, il robot non solo non ha alleggerito il carico di lavoro come si sognava un tempo, ma lo ha addirittura aumentato. La protesta è andata a buon fine, spingendo l’azienda a rivedere il modello disegnato in precedenza.

Occorre rivedere il modello produttivo

Quello che sembra per ora sicuro, quindi, è che il modello produttivo attuale è da rivedere. Per permettergli di assorbire l’impatto dei robot, infatti, saranno necessarie doti sempre più massicce di flessibilità, soprattutto in termini di organizzazione e orari.

In questa ottica, il modello da seguire potrebbe diventare per molte professioni quello adottato da Apple, Google e Facebook. Ove i dipendenti lavorano non più intrappolati in schemi rigidi e in posti di lavoro in grado di stimolarne il rendimento e la produttività.

Come del resto sembra accadere quando gli orari di lavoro vengono ridotti. Risultato fornito da un esperimento portato avanti da Microsoft Japan, ove l’introduzione della settimana lavorativa di quattro giorni ha visto un aumento in termini di produttività pari al 40%. Rendendo possibile il mantenimento dei precedenti livelli salariali.

Non hai trovato quello che cercavi?

» Cercalo su Amazon «

Non hai trovato quello che cercavi?

Cerca il tuo libro su Amazon

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *