Debito pubblico

Il debito pubblico: alcune cose che vengono spiegate poco e male

Il dibattito sul debito pubblico è ormai da mesi in primo piano. A renderlo sempre più attuale è stata proprio la pandemia di Covid-19 in corso. La quale ha infranto molte sicurezze e rimescolato le carte.

Un dibattito il quale vede ancora in primo piano l’Italia, cui però si sono aggiunti molti altri Paesi la cui economia è stata messa in ginocchio dal coronavirus. Prefigurando uno scenario del tutto nuovo in cui potrebbero venire a cadere molti bastioni del neoliberismo che hanno avvelenato il clima nel corso degli ultimi decenni.

A partire dalla necessità di tenere basso appunto il debito pubblico. Un dogma che sembra ormai saltato per aria, con l’affossamento del Pil di tutte le economie più avanzate a livello globale.

Alcuni miti da sfatare

Il dibattito sul debito pubblico, italiano nel nostro caso, è andato avanti per anni su una serie di ritornelli continuamente ripetuti. In fondo Goebbels lo sapeva: una bugia ripetuta all’infinito prima o poi diventa verità. E di bugie, l’informazione, non solo italiana, ne ha propagandate molte.

Ad esempio quella relativa alla necessità di abbattere il debito pubblico per favorire l’economia. Quando si abbattono gli investimenti nell’ambito di un sistema economico non si crea ricchezza, la si distrugge.

Basti pensare al welfare, un servizio che lo Stato dovrebbe assicurare in cambio delle tasse versate dai cittadini. In Italia, in base agli ultimi dati disponibili, si spende per esso una cifra che si attesta poco sotto l’asticella dei 150 miliardi di euro. Se valesse l’assioma che occorre comprimere la spesa pubblica e si tagliassero i servizi in questione, non solo si peggiorerebbe la vita di un gran numero di cittadini, ma il circuito economico verrebbe appunto privato di risorse. Che non potrebbe creare da solo. Questo è il motivo che sta spingendo molti Paesi a riconsiderare le proprie politiche di bilancio.

Il debito pubblico a chi è in mano?

Altro mito che si continua a proporre alla stregua di una stanca litania è quello relativo al fatto che la maggior parte del debito pubblico sia in mano ad investitori esteri. In realtà, un report di Unicredit spiega come il 70% sia invece in mano a quelli italiani. Un dato che si è consolidato a partire dal 2010, quando lo spread tra Bund e BTP aveva consigliato ad esempio i tedeschi a rivolgersi altrove.

I movimenti innescati all’epoca hanno fatto in modo che attualmente il 30% sia in mano ad investitori esteri. In questa quota, il 22% è da ricondurre all’esterno dell’eurozona. Mentre il 78% è gestita da investitori europei, in questo modo: 21% ai francesi, 14% a tedeschi e lussemburghesi, 12% agli spagnoli, 7% ad irlandesi, 2% ciascuno a portoghesi e belgi, 1% agli austriaci.

Debito pubblico in mano agli italiani: conviene o no?

Come abbiamo visto, quindi, il debito pubblico, italiano o meno, è oggetto spesso di mistificazioni di non poco conto. Distorsioni di natura ideologica che troppe volte non tengono conto dei dati reali.

Una volta appurato comunque che la maggior parte del debito pubblico italiano è in mano a investitori del nostro Paese, ci si dovrebbe fare una domanda di non poco conto: è un bene o un male?

Anche in questo caso le risposte sono molto divergenti.
Secondo alcuni sarebbe un bene. Ad esempio lo afferma Armando Siri, sottosegretario al Ministero delle Infrastrutture nel primo governo Conte e fautore della Flat Tax. il quale ha proposto l’emissione di un BTP rivolto esclusivamente agli italiani. Il postulato logico di questa mossa sarebbe che i nostri connazionali non avrebbero alcun interesse a vendere in caso di eventi negativi.

Il problema è che, però, l’Italia ogni anno emette una media di 400 miliardi di titoli di Stato. Una massa la quale non può essere assorbita completamente all’interno. Infatti una buona parte di essi viene acquistata dalla Banca Centrale Europea. Mentre negli ultimi mesi si assiste al ritorno degli investitori esteri, allettati dal fatto che l’Italia assicuri rendimenti notevoli in presenza di scarsissimi rischi.

Meglio non restare soli

In pratica, il nostro Paese è considerato troppo grande per poter fallire. Ove ciò accadesse provocherebbe grandi danni a molti altri, a causa delle interconnessioni esistenti nell’economia globalizzata.

Proprio per questo motivo è meglio che una quota abbastanza elevata del debito pubblico rimanga in mano agli stranieri. La migliore condizione perchè il nostro Paese non rimanga solo nel caso di una crisi come quella che sta vivendo il mondo a causa della diffusione del coronavirus.

A dimostrarlo è proprio quanto accaduto nel biennio 2011-12, quando la BCE decise di intervenire a sostegno dell’Italia. Il cui crollo avrebbe in pratica portato alla fine dell’eurozona. Se il debito pubblico fosse troppo concentrato in mani italiane, la massima istituzione bancaria continentale avrebbe motivi molto minori per intervenire a nostro sostegno. E potrebbe infine decidere di non farlo.

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