Liberalismo

Il liberalismo ha i giorni contati dopo il Covid?

La crisi economica che ha fatto seguito all’epidemia di Covid-19 ha avuto perlomeno un effetto positivo. Ha cioè costretto governanti e governati ad interrogarsi sul modello sociale ed economico che è stato creato negli ultimi decenni.

Il quale sembra non solo non essere riuscito a reggere l’urto con il coronavirus, ma anzi a favorirne la diffusione. L’emblema di quello che è accaduto può essere considerata proprio la Lombardia, con il potere politico incapace di mettere in atto una strategia di contenimento proprio per la pervicace volontà di tenere aperto l’apparato produttivo. Privilegiando quindi le ragioni dell’economia a quelle sanitarie.

Basta vedere le statistiche dei decessi rispetto al resto del Paese per comprendere come la scelta si sia rivelata assolutamente errata. Andandosi a mixare al pratico smantellamento della sanità pubblica, per favorire il privato. Una scelta in salsa cilena che, del resto, è del tutto congrua per chi professa la totale aderenza ai canoni del liberalismo.

Il liberalismo deve cambiare rotta, secondo l’Economist

Che qualcosa non andasse nel modello sociale ed economico indicato dai liberali, era ormai chiaro da tempo. Il continuo accento sul libero mercato, sulla libera circolazione di capitali e lavoratori, alla necessità di trasferire sovranità a creazioni sovranazionali in modo da frantumare le barriere, uniti alla messa in disparte dei diritti sociali in favore di quelli civili, aveva già provocato il netto fastidio di chi aveva visto peggiorare sempre di più la propria vita con l’avvento della cosiddetta globalizzazione.

Tanto da spingere l’Economist, vera e propria Bibbia dei liberali, a chiedersi come fare per ovviare ad una tendenza che aveva già prodotto la Brexit e l’elezione di Donald Trump alla Casa Bianca. Il giornale lo aveva fatto in un articolo che già dal titolo faceva capire molto: “Come dare un senso al 2016”.

Bastano pochi aggiustamenti? Non è proprio così

Naturalmente gli esegeti del liberalismo hanno subito provato a minimizzare le mazzate del 2016. Affermando che basterebbero pochi correttivi per sanare la situazione.

Una ricetta che, però, proprio l’Economist ha rigettato. Affermando che il risultato del liberalismo, portato alle estreme conseguenze con le ricette neoliberiste, ha prodotto un risultato pessimo. Con la parte alta della piramide sociale a banchettare, senza neanche darsi la pena di gettare gli avanzi alle classi popolari e ad un ceto medio in costante arretramento e ormai prossimo alla vera e propria povertà.

In questo quadro, dare per scontato che il liberalismo possa sopravvivere sembra un esercizio di eccessiva fiducia. Soprattutto alla luce della pandemia in atto e delle storture da essa denunciate.

Putin lo aveva anticipato

Va peraltro sottolineato come Vladimir Putin fosse arrivato a prevedere la fine del liberalismo già prima della pandemia. Lo aveva fatto in una intervista al Financial Times, alla vigilia del summit del G20 ad Osaka. Durante la quale aveva spiegato che l’idea liberale è sopravvissuta al suo scopo sono sino a quando è entrata in conflitto con gli interessi di un numero sempre maggior di persone.

Secondo il leader del Cremlino, “l’ideologia liberale non è più di moda perché la maggior parte delle persone si è rivoltata contro l’immigrazione, contro l’apertura dei confini e il multiculturalismo”.

Il Covid sembra aver mutato del tutto il quadro

Se già prima dell’arrivo del Covid le voci contrarie al liberismo e al liberalismo erano molto forti, la crisi economica causata dalla prolungata chiusura delle attività produttive non essenziali sembra aver aggiunto ulteriore forza a chi si oppone allo status quo.

Anche perché sono stati gli stessi sostenitori del liberalismo a segare le basi su cui si reggeva il sistema. E’ infatti apparso del tutto chiaro che le teorie sul libero mercato, sulla sua efficienza e sulla sua capacità intrinseca di riparare le storture erano al massimo delle semplici enunciazioni.

Soprattutto quando i fautori del liberismo hanno iniziato a chiedere misure letteralmente socialiste, per salvare capra e cavoli. Ovvero l’intervento di quello Stato tanto aborrito, il cui intervento in economia doveva essere ridotto al minimo indispensabile. Un mantra ripetuto all’infinito negli anni passati, ma ora rivelatosi totalmente sballato.

Liberalismo: cosa accadrà ora?

Con la pandemia ancora in atto e la possibilità che si rendano necessarie nuove chiusure, sembra ormai del tutto chiaro che nei prossimi anni ci vorrà un massiccio intervento statale per sostenere economicamente la ripresa.

Un intervento che, del resto, è già stato messo in campo da molti Paesi. A partire dagli Stati Uniti, ovvero proprio dal Paese in cui le politiche liberiste hanno sempre trovato terreno di coltura estremamente fertile. E, naturalmente, da quell’Europa ove già da tempo era da registrare una crescente opposizione al capitalismo reale. Basti pensare in tal senso alle proteste dei gilet gialli francesi, che ormai da più di un anno riempiono puntualmente strade e piazze del Paese per contestare l’ordine delle cose.

Molto dipenderà anche dalla durata dell’emergenza sanitaria. Se il virus dovesse continuare a sollevare allarme, diventerà praticamente impossibile pensare di tenere aperte le frontiere e continuare ad obbedire al dogma del libero mercato.

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