risk management

Le basi del risk management: l’utilità di VaR ed ES

Nelle nostre attività di ogni giorno, è presente una certa percentuale di rischio. Per alcune non occorre perdere tempo ad individuarla, essendo obbligatorio espletarle, per altre è invece assolutamente necessario.

Si pensi ad esempio a chi un giorno decida di tentare la fortuna all’estero e lasciare quindi non solo il proprio Paese, ma anche tutto quello che è stato precedentemente creato, anche a livello umano. E’ chiaro che prima di partire, si dovrà pensare per bene alla direzione che dovrà prendere il proprio viaggio, in modo da individuare il Paese che si presta meglio alle proprie competenze e, soprattutto, il rischio nello scegliere una meta invece che un’altra.

Nel trading accade la stessa cosa. Prima di intraprendere una determinata operazione, occorre soppesare il grado di rischio ad essa connesso. Ogni operazione ha un grado di pericolosità più o meno elevato. Il quale deve essere valutato con molta attenzione. La disciplina che permette di farlo si chiama risk management, in italiano gestione del rischio. Andiamo quindi a vedere di cosa si tratti.

Cos’è il risk management

Per gestione del rischio si definisce il processo teso ad identificare, analizzare, accettare e, infine mitigare quello finanziario. Il processo che ne consegue si articola in varie fasi e si svolge su vari livelli: lo seguono l’investitore quando opta per un determinato titolo azionario o il gestore del portafoglio nel corso della sua attività quotidiana.

Si tratta quindi di un processo abbastanza impegnativo, il quale implica una serie di conoscenze di non poco conto. Proprio per questo ad effettuarlo vengono di solito chiamati dei veri e propri professionisti, in grado di evitare i banali errori che possono invece essere effettuati da investitori non professionali.

Cosa fanno i risk manager?

Questi professionisti sono indicati con un termine ben preciso: risk manager, ovvero gestori del rischio. Ad essi spetta il compito di monitorare la quantità degli asset presenti a bilancio in una azienda, solitamente la propria, e stabilire, in sostanza, quale rischio implichi il loro possesso.

Va peraltro sottolineato come i rischi da valutare siano parecchi: da quello di sistema, a quello di credito, senza dimenticare naturalmente quello legato alla volatilità dei mercati finanziari. Rendendo di conseguenza più complicato il compito spettante a chi deve fornire una valutazione sui richi connessi ad un determinato titolo.

VaR ed ES: cosa sono?

In questo discorso, un posto del tutto particolare spetta a VaR ed ES. Si tratta delle statistiche di base le quali vengono utilizzate ad ogni livello nel mondo finanziario e grazie alle quali è possibile dare una valutazione attendibile del rischio stocastico associato ad ogni distribuzione.

Il VaR (Value-at-risk) è nato nel 1989, quando all’interno di JP Morgan Chase fu varato il report Wheatherstone 415, che di lì a poco sarebbe diventato lo standard mondiale del rischio, con il nome di RiskMetrics. Si tratta in pratica del quantile della distribuzione, andando a indicare la perdita potenziale di una posizione di investimento in un determinato orizzonte temporale, solitamente un giorno, con un certo livello di confidenza il quale si attesta solitamente al 95% o al 99%. Nato in origine come strumento per la misurazione del rischio di mercato, è ora utilizzato per qualsiasi tipo di rischio finanziario. In pratica serve a quantificare la perdita massima ipotizzabile nel 99% dei casi.

Resta però una quota eccedente dell’1%, in cui non sappiamo cosa potrebbe effettivamente accadere. A spiegarlo è l’Expected Shortfall (ES), il quale va a misurare il valore delle perdite eccedenti il Value-at-Risk. Un ES del 18% ad 1 anno, ad esempio, indica che il nostro investimento, con 1 possibilità su 100, potrebbe procurarci infine una perdita pari al 18%.

Conclusioni

Quando si effettua un investimento ci si attende naturalmente un guadagno. Il quale, però, non è assolutamente certo. Anzi, nella maggior parte dei casi il risultato è esattamente inverso, per effetto della naturale volatilità dei mercati. Occorre quindi cercare di capire quale possa essere la perdita massima nel caso in cui la nostra previsione si rivelasse errata.

A dare le possibili risposte al quesito concorre il risk management, grazie ad alcuni indicatori. Tra i quali il VaR (Value-at-Risk) e l’ES (Espected Shortfall). Non utilizzarli concorre a rendere più complicate conseguire un risultato positive, in quanto ci si potrebbe indirizzare su una operazione molto rischiosa.

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