Lo Statuto dei Lavoratori: cos’è e perché è odiato dai liberisti

Lo Statuto dei Lavoratori: cos’è e perché è odiato dai liberisti

Statuto dei Lavoratori

Il 20 maggio del 1970 rappresenta una data storica per l’Italia. Proprio in quel giorno, infatti, il Parlamento  approvò lo Statuto dei Lavoratori, un provvedimento organico il quale raggruppava tutta una serie di norme tese a sancire i diritti e le tutele per il mondo del lavoro, all’interno del nostro Paese. Tanto da spingere qualche osservatore ad affermare che con la sua approvazione la nostra Costituzione entrava nelle fabbriche.

Va sottolineato che il provvedimento arrivò in un momento del tutto particolare della nostra storia. Sino a quel momento, infatti, il rapporto tra le parti sociali era pericolosamente sbilanciato dalla parte degli imprenditori. Con episodi effettivamente assurdi, se visti con le lenti di oggi. Ad esempio le donne potevano essere licenziate se incinte e i lavoratori in genere potevano essere perquisiti all’uscita dal luogo di lavoro, o licenziati per le proprie idee politiche.

Il caso limite è ancora oggi considerato quello della Fiat di Vittorio Valletta, ove erano in vigore i cosiddetti “reparti di confino”. Con questo erano indicati quelli in cui venivano relegati gli operai che avevano idee politiche ben precise, ovvero gli iscritti e i simpatizzanti del PCI. Una delle pagine più nere dell’Italia democratica.

Lo Statuto dei Lavoratori: una grande conquista per il Paese

Lo Statuto dei Lavoratori rappresenta una grande conquista per tutto il mondo del lavoro italiano. Si tratta in effetti di un vero e proprio manifesto programmatico, tanto da essere considerato uno dei provvedimenti più avanzati in assoluto, anche se raffrontato con legislazioni come quelle nordiche.

Il motivo di questo giudizio è da ravvisare proprio in quello che accadeva sui posti di lavoro prima della sua approvazione. Nel dopoguerra, infatti, la Costituzione era stata largamente disattesa nelle fabbriche e negli uffici. Le leggi erano ancora quelle di epoca fascista, mentre le forze di polizia erano state in pratica poste alle dipendenze di un padronato spesso retrivo.

Il simbolo di tutto ciò possono essere considerati i fatti di Reggio Emilia del 7 luglio 1960. Giorno nel quale cinque operai iscritti al PCI vennero uccisi dalle forze dell’ordine nel corso di una manifestazione. A rendere possibile questo tragico fatto fu il permesso dato dal Presidente del Consiglio Fernando Tambroni di sparare ai manifestanti. Il Paese si ritrovò ben presto alle porte della guerra civile e la normalità tornò solo dopo le dimissioni del Premier.

Gli anni Sessanta

Se la situazione nel Paese si ristabilì, le fabbriche rimasero però su livelli di tensione elevatissimi. Resi possibili dalla vera e propria rivoluzione sociale cui andava incontro l’Italia, nel pieno del boom economico.

A seguito del quale lo spopolamento delle campagne meridionali si accompagnò allo spostamento di masse ingenti di persone nel Nord industrializzato. Provocando ben presto un vero e proprio corto circuito, derivante dall’impossibilità di dare un indirizzo ordinato alle proteste che caratterizzarono il fenomeno.

Sino all’avvento del cosiddetto “Autunno caldo” del 1969, durante il quale avvenne la saldatura tra movimento operaio e studenti a loro volta nel pieno di un processo teso a cambiare il mondo universitario e scolastico.

Un vero e proprio paradosso

Dall’approvazione dello Statuto dei Lavoratori è passato mezzo secolo, nel corso del quale più di una volta lo stesso è stato oggetto di attacco. Non solo da parte di chi se ne è sempre proclamato nemico, ma anche di chi invece si proclamava dalla parte dei lavoratori.

Emblematica in tal senso è stata l’approvazione del Jobs Act, la riforma del lavoro concepita da Matteo Renzi, all’epoca segretario del Partito Democratico, ovvero dell’organizzazione politica che si proclama erede anche della tradizione rappresentata dal PCI. Grazie ad esso, infatti, è saltata la tutela che più di altre poteva essere indicata come una vera e propria icona, ovvero l’Articolo 18. Quello che impediva il licenziamento senza giusta causa.

Perché il vero e proprio odio dei neoliberisti nei suoi confronti?

Se lo Statuto dei Lavoratori è stato largamente manomesso con l’approvazione del Jobs Act, non è però venuto meno l’odio degli ambienti neoliberisti nei suoi confronti. Un sentimento di ostilità derivante proprio dal fatto che esso rappresenta uno dei pochi provvedimenti capaci di trasformare in realtà le prescrizioni della nostra Costituzione. Una delle più avanzate in assoluto sul piano teorico, ma anche tra le più disattese in assoluto.

Ostilità mai venuta meno proprio perché lo Statuto dei Lavoratori sarebbe dovuto essere un primo passo verso un ammodernamento del mondo del lavoro. Il quale è invece in preda ad una clamorosa regressione, che si abbatte sulla parte meno garantita di esso. Ad esempio sui precari, sulle finte partite IVA e su tutte le nuove professioni legate all’innovazione tecnologica. Spezzoni di lavoratori i quali si trovano a combattere con la totale mancanza di tutele che caratterizza il mondo del lavoro nel nostro Paese. Resa possibile proprio dal fatto che lo Statuto è stato circoscritto, invece di allargarlo a tutti.

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