L’oro della Banca d’Italia: a chi appartiene realmente?

L’oro della Banca d’Italia: a chi appartiene realmente?

Prezzo dell'oro

C’è un quesito che l’opinione pubblica si pone spesso, spinta anche dalla propaganda politica del momento. La domanda in questione è la seguente: a chi appartiene l’oro della Banca d’Italia?

Sembra una domanda abbastanza incongruente, considerato che dovrebbe essere appunto della nostra banca centrale. Eppure non lo sembra, in presenza di voci allarmanti che vorrebbero le nostre riserve auree non più nella disponibilità della Banca d’Italia.

Voci che sono state del resto ufficializzate a livello politico, proprio in Parlamento. Ove due parlamentari della Lega, Claudio Borghi e Alberto Bagnai, hanno presentato una mozione in cui chiedevano all’esecutivo di chiarire la questione e togliere ogni dubbio al proposito.

La riserva aurea italiana appartiene allo Stato

Come abbiamo già ricordato, sulla questione non dovrebbero sussistere dubbi. La riserva aurea italiana è appunto di proprietà statale.

E non si tratta certo di una disponibilità di poco conto. Stiamo infatti parlando della quarta riserva aurea esistente oggi a livello globale. Solo Stati Uniti, Germania e Fondo Monetario Internazionale ne posseggono una quantità maggiore.

Si tratta di circa 2.500 tonnellate di metallo prezioso, che al cambio attuale equivarrebbero a poco meno di 130 miliardi di euro. Una ricchezza che sembra far gola a molti e non certo da ieri.

Quando si è formato questo tesoro?

Se l’Italia aveva naturalmente iniziato ad accumulare oro sin dall’esordio dello Stato unitario, la stragrande maggioranza della riserva attuale è stata accumulata a partire dal dopoguerra.

Quando si decise di convertire in lingotti una parte dei proventi derivanti dalle esportazioni, in modo da creare una riserva da cui attingere in condizioni di estrema necessità. Che, per fortuna, non sono mai maturate.

L’ultimo acquisto risale al 1973 e da allora è iniziata una discussione relativa alla sua vendita. Che secondo alcuni avrebbe dovuto servire per finanziare necessità improvvise, come è accaduto ad esempio di recente, quando è stata avanzata l’ipotesi di utilizzarlo al fine di impedire lo scatto delle clausole di salvaguardia che farebbero salire IVA per una cifra pari a circa 40 miliardi di euro.

L’oro della Banca d’Italia potrebbe essere usato dal governo?

Assodato che l’oro della Banca d’Italia è assolutamente di proprietà statale, resta da capire perché Bagnai e Borghi hanno presentato la loro mozione.

Secondo alcuni osservatori estremamente maliziosi, il motivo sarebbe da ricercare nel fatto che i due parlamentari leghisti avrebbero avuto come scopo quello di mettere il governo in cui era presente il loro partito nelle condizioni di poter disporre almeno di una parte di quelle 2.500 tonnellate per finanziare ad esempio la Flat Tax.

Un provvedimento bandiera per il partito di Matteo Salvini, per il quale servirebbero però cospicue risorse. Per poterlo fare, però, si potrebbero aprire alcune falle e problemi di non poco conto.

Cosa accadrebbe in caso di vendita della riserva aurea?

Il primo problema che si porrebbe, nel caso si decidesse di alienare l’oro della Banca d’Italia, consiste nel brusco deprezzamento cui andrebbe incontro il suo prezzo di riferimento ove l’Italia decidesse all’improvviso di introdurre sul mercato il quantitativo in suo possesso. Che corrisponderebbe all’incirca al 45% dell’attuale offerta di metallo prezioso.

Inoltre, una decisione di questo genere sarebbe interpretata dai mercati come un segnale di deterioramento delle condizioni finanziarie del Paese. Un segnale il quale potrebbe dare il via ad un nuovo attacco della speculazione internazionale. Assolutamente da evitare soprattutto in un momento come l’attuale, in cui l’economia italiana risente come molte altre degli effetti della pandemia di Covid.

Una vera e propria assicurazione

Va infine ricordato come la detenzione di una riserva aurea così cospicua, funga anche da vera e propria assicurazione per il nostro Paese. Può infatti rassicurare investitori ed eventuali controparti a prestare il proprio denaro ove si presentasse una situazione come quella che caratterizzò i primi anni ’70.

Quando l’Italia si trovò all’improvviso a corto di valuta estera da utilizzare per il proprio shopping energetico. Per ovviare furono chiesti due miliardi di dollari alla banca centrale tedesca, la quale chiese come contropartita la disponibilità del 20% della riserva aurea in caso di mancato pagamento. In assenza della quale, sarebbe stato molto più complicato ottenere questo aiuto.

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