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MES: cos’è e come funziona il fondo salva-stati

Di MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) si parla ormai da parecchi mesi, ovvero da quando è tornata d’attualità la sua riforma, che per essere operativa deve essere approvata dai singoli Stati. Negli ultimi giorni, però, ha destato grandi polemiche, proprio perché sono tornati ad aleggiare i rumors in proposito. Resi ancora più drammatici dal loro intrecciarsi con la pandemia del coronavirus.

In un momento in cui il nostro Paese si trova particolarmente esposto e obbliga i cittadini a restare in casa, sarebbe infatti necessario mettere da parte le politiche di bilancio imposte per anni dall’Unione Europea. In cui, però, alcuni governi spingono per approvare il MES, strumento che dovrebbe andare a regolare il salvataggio dei conti pubblici dei Paesi in difficoltà. Tra cui appunto il nostro.

Il MES, però, è uno strumento altamente controverso. Secondo molti, infatti, la sua approvazione da parte del governo italiano e la possibile richiesta degli aiuti previsti dal meccanismo potrebbero aprire la strada alla rovina economica del Paese. Andiamo dunque a cercare di capire come funziona.

Cos’è il MES

Il Meccanismo Europeo di Stabilità è nato nel 2012, andando a sostituire il Fondo europeo di stabilità finanziaria e il Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria.

È stato il risultato delle modifiche apportate al Trattato di Lisbona, poi ratificate dal Consiglio UE nel marzo del 2011. Se doveva entrare in azione nel 2013, il suo esordio è stato anticipato a causa della crisi del debito di alcuni Paesi. Una crisi derivante in particolare dagli strascichi dello scoppio della bolla dei mutui Subprime e dalla conseguente glaciazione economica.

Si tratta quindi di un meccanismo teso a mantenere la stabilità finanziaria della zona euro. Lo strumento attraverso il quale dispiega la sua azione al fine di garantire la tenuta del Vecchio Continente è l’emissione di prestiti. Proprio le condizioni pretese e il suo sistema sanzionatorio sono però oggetto di grandi critiche.

Come funziona il MES

Se volessimo semplificare al massimo il discorso, potremmo indicarlo come fondo monetario del Vecchio Continente. Come il FMI, infatti, si pone l’obiettivo di fornire il suo sostegno ai Paesi componenti in caso di crisi e di probabile default.

Per farlo raccoglie fondi proprio da parte dei suoi membri, che contribuiscono naturalmente in base alle proprie forze effettive. Ad esempio l’Italia è tenuta a versare sino a 125 miliardi, detenendo il 17,79% delle quote. Di questi solo 14 miliardi di euro e 331 milioni sono stati effettivamente versati sin qui.

Già il paragone con il FMI dovrebbe destare aperto timore, considerati i non felici esiti di alcuni suoi interventi. Ad esempio nel caso dell’Argentina, ove le riforme pretese dal governo di Buenos Aires per la concessione di linee di credito hanno aperto le porte ad un nuovo default del Paese e alla defenestrazione di Mauricio Macrì.

Ma ancora più controverso, se possibile, è l’operato di cui è stato protagonista il MES nel corso della recente crisi della Grecia. Il Paese si è infatti trovato a dover ottemperare a condizioni draconiane per poter avere finanziamenti. Se è ufficialmente uscito dalla crisi finanziaria è però entrato in quella sociale, con una economia praticamente distrutta e una povertà ormai dilagante.

Le modalità d’azione

Le modalità d’azione del fondo sono indicate dall’articolo 3 del suo trattato istitutivo, che in pratica indica le tre distinte fasi della sua azione:

  1. Lo Stato in difficoltà formula la sua richiesta di assistenza al Presidente del Consiglio dei governatori del fondo salva-Stati (altro nome con cui è indicato il MES);
  2. il MES chiede alla Commissione UE di dare una valutazione sullo stato di salute del Paese richiedente il suo soccorso definendone inoltre il fabbisogno finanziario e agendo di concerto con Banca Centrale Europea (BCE) e FMI per capire la possibilità di contagio verso gli altri Paesi dell’Eurozona;
  3. eseguita la valutazione, l’organo plenario del MES decide per l’aiuto del Paese in difficoltà nell’arco di una settimana circa, accordando o meno i prestiti.

Sinora il MES ha concesso prestiti per complessivi 295 miliardi e ad usufruirne sono stati anche la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e Cipro. In tutti i casi il piano di rientro ha provocato grandi tensioni sociali, in particolare nel caso di Cipro.

Chi gestisce il MES?

Il MES è gestito da un Consiglio dei Governatori, e da un Consiglio di Amministrazione. Il primo vede la presenza dei ministri delle finanze dell’Eurozona, il secondo viene nominato proprio dai Governatori. Di esso fanno parte anche, un Direttore Generale, con diritto di voto, il Presidente della BCE  e il commissario europeo agli Affari economico-monetari. Gli ultimi due in qualità di osservatori.

Le decisioni del Consiglio possono essere prese a maggioranza semplice o qualificata e godono di immunità giudiziaria. I diritti di voto sono a loro volta proporzionali rispetto alla quota versata da ogni Stato.

La riforma del MES: perché è così controversa?

In questo quadro si va ad inserire la discussa riforma del fondo, che introduce condizioni ancora più aspre per poter accedere agli aiuti. La PCCL (Precautionary Conditioned Credit Line), ovvero la linea di credito tesa al salvataggio del richiedente, prevede infatti tra le altre cose:

  • che il Paese sotto esame non sia in procedura d’infrazione;
  • abbia un deficit inferiore al 3% da almeno un biennio;
  • goda di un rapporto debito/PIL sotto il 60% o, in alternativa, abbia sperimentato una riduzione di quest’ultimo di almeno un ventesimo nell’ultimo biennio.

I pericoli per l’Italia

In questo quadro non mancano poi di inserirsi le critiche formulate da più parti, in Italia. Proprio il nostro Paese sembra essere quello più esposto ai rischi di instabilità finanziaria, a causa di un debito pubblico ritenuto troppo elevato.

Una critica alla quale da tempo un folto gruppo di economisti contrappone ben altre valutazioni, che sembrerebbero invece smentire l’assunto. Tra di essi, paradossalmente, un think thank tedesco di ispirazione liberista, Stiftung Marktwirtschaft, secondo il quale il debito pubblico italiano sarebbe l’unico effettivamente virtuoso in ambito UE, ovvero il solo a rispettare il parametro del 60% del PIL. Una valutazione che deriva prendendo in considerazione sia il debito pubblico “esplicito” (quello di cui normalmente si parla) sia quello “implicito” (la risultante degli impegni pensionistici e dei costi futuri a carico della sanità e derivanti dall’invecchiamento della popolazione). Attuando questo metodo di valutazione, il Belpaese sarebbe al 57%, mentre per i Paesi che continuano a bacchettarci il responso è addirittura drammatico: se la Germania è al 149%, la media della UE si attesterebbe al 266%, la Francia al 291%, la Gran Bretagna al 498% e la Spagna al 592%.

Il MES, però, sembra prendere in considerazione solo la prima parte del discorso, come ormai d’uso, e quindi per l’Italia si prospetterebbero notevoli pericoli in caso di una sua approvazione. Che sono stati messi in risalto nel corso di alcune audizioni presso la Camera dei Deputati.

Il parere di Giampaolo Galli

Il primo a farlo è stato il prof. Giampaolo Galli, economista e docente incaricato presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore, che ha puntato il dito soprattutto verso la ristrutturazione preventiva del debito, uno dei punti chiave del nuovo MES.

Proprio lui ha affermato che essa si tradurrebbe in una “calamità immensa”, andando a impoverire gran parte della popolazione. Per capire il suo discorso, occorre partire da un fatto che spesso non viene ricordato: il 70% del debito tricolore è detenuto da nostri connazionali. Non solo le banche e altri operatori istituzionali, ma anche molti privati cittadini che hanno deciso di investire sul debito pubblico italiano. Una scelta derivante dal fatto che il fattore di rischio è ricompensato da rendimenti interessanti.

Ove si decidesse di ristrutturare il debito, il valore dei titoli del debito pubblico sarebbe tagliato. Ne deriverebbe una lunga serie di fallimenti bancari, la distruzione del risparmio privato e indici di disoccupazione ancora più elevati di quanto già non siano oggi.

Il dissenso delle banche

Il secondo parere da tenere in considerazione, quando si parla di MES, è quello delle banche italiane. Proprio il settore bancario, infatti, ha sinora sostenuto una buona parte del debito pubblico acquistando grandi quantitativi di titoli. Un sostegno che secondo alcuni sarebbe alla base delle grandi attenzioni riservate dalla politica agli istituti falliti nel corso degli ultimi anni.

Ad esplicitare la contrarietà del settore nei confronti del MES, è stato Antonio Patuelli, presidente dell’Associazione Bancaria Italiana, nel corso di una riunione tenutasi a Bruxelles. Il suo aut aut è stato molto chiaro: “Le banche non sono state informate sulla riforma del Mes. Se passa non compriamo più titoli di Stato”.

Un ultimatum importante

Un ultimatum di non poco conto, se si considera che, in base a stime recenti, gli istituti di credito tricolori detengono 400 miliardi di titoli. Un sesto dei 2400 totali emessi dal nostro Paese. La ratio di questa reazione è abbastanza chiara: chi acquisterebbe il sesto del debito pubblico italiano in mano alle banche dopo una svalutazione come quella imposta dal MES?

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