Debito pubblico

Quali sono i paesi con il maggior debito pubblico? Dov’è l’Italia?

Il debito pubblico è ormai un tema largamente dibattuto. Ormai da decenni, infatti, si discute degli effetti di uno squilibrio dei conti pubblici sull’economia, ritenendo che esso sia in grado di tarparne le ali. Una tesi che se sino a qualche anno fa era messa in dubbio da pochi economisti, oggi inizia ad essere avversata da un numero sempre crescente di osservatori.

Anche in Italia il tema è stato spesso dibattuto. Il nostro Paese, infatti, nonostante gli avanzi primari fatti registrare ormai dall’istituzione della moneta unica europea, si ritrova ancora ad essere additato dai Paesi nordici come una sorta di cicala. Anche questa una tesi largamente smentita dai dati relativi all’avanzo primario.

Per cercare di capire meglio i termini della questione, però, occorre rispondere ad una domanda preliminare: quali sono i Paesi con il maggior debito pubblico?

La classifica sul debito pubblico redatta dal Fondo Monetario Internazionale

La risposta alla domanda già ricordata è fornita dal Fondo Monetario Internazionale. La sua classifica, per i primi dieci posti, è infatti la seguente:

  1. Giappone: 237,7%
  2. Sudan: 207%
  3. Grecia: 176,6%
  4. Eritrea: 165,1%
  5. Libano: 155,1%
  6. Italia: 133,2%
  7. Capo Verde: 123,5%
  8. Portogallo: 117,6%
  9. Barbados: 115,4%
  10. Singapore: 114,1%.

La controclassifica di Bernd Raffelhüschen

Come si può osservare, nella classifica del FMI l’Italia si trova al sesto posto nel mondo, con un debito che secondo qualcuno sarebbe insostenibile senza correzioni.

Una tesi che è però avversata da Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie presso l’Università di Friburgo. Secondo lui, infatti, il nostro Paese vanterebbe addirittura il debito pubblico più sostenibile all’interno dell’Eurozona.

Come è arrivato a questa conclusione? Raffelhüschen utilizza in pratica un’equazione con la quale calcola il “gap della sostenibilità” sommando il debito pubblico esplicito (il debito/Pil attuale, che è una fotografia dell’esistente) con il debito implicito (il quale prende in considerazione gli obblighi di spesa futuri tra i quali welfare, pensioni e sanità) in modo da arrivare a un debito totale.

La classifica che deriva da questo modus operandi, vede l’Italia svettare al secondo posto con un debito totale/Pil al 73%, preceduta dalla sola Lettonia, ovvero un’economia neanche lontanamente paragonabile a quella tricolore.

Solo quarta sarebbe la Germania (154%), mentre per trovare le altre economie di rilievo dell’UE bisogna scendere al 16° posto per la Francia (449%), al 22° per la Gran Bretagna (640%) e al 24° per la Spagna (672%). Se poi si allargasse il raggio d’investigazione al globo, gli Usa sarebbero ultimi, addirittura al 1.300%.

L’Italia non è mai stata a rischio default

Quante volte agli italiani è stato sventolato come il classico drappo rosso agitato per far imbufalire il toro il pericolo dell’imminente default? Una infinità, soprattutto da chi magari lo ha già assaporato più volte, a partire dalla “virtuosa” Germania che può vantare ben tre default nel corso del secolo passato, dei quali peraltro è stata generosamente condonata dalla comunità internazionale.

L’Italia, però, non è mai stata a rischio default. A certificarlo è stata la stessa UE che richiama il Paese al rispetto dei patti sottoscritti, scordando magari di farlo con la solita Germania a proposito del surplus di export collezionato da sempre.

Basta infatti dare una rapida occhiata al Fiscal Stability Report del 2012, anno in cui si prefiguravano scenari apocalittici per la penisola, per accorgersi di questa realtà che stride con una narrazione che vorrebbe l’Italia sull’orlo della bancarotta.

Debito pubblico: il dibattito è aperto

Come abbiamo visto, quindi, la discussione sul debito pubblico è molto più complessa di come sia declinata dal Fondo Monetario Internazionale. Prendendo in prestito altri parametri che non siano soltanto quelli del debito già collezionato, la prospettiva muta di molto.

Ad esempio, nel corso degli ultimi mesi più di una volta i media hanno riportato notizie estremamente preoccupanti sulla Germania. In particolare ricordando come il sistema pensionistico teutonico sia praticamente fuori controllo. Un dato che sarebbe alla base della necessità di continuare a fare avanzo primario dalle parti di Berlino.

Inoltre, sono sempre più coloro secondo i quali la spesa pubblica non è un freno per l’economia, ma un beneficio. Come è stato ripetutamente affermato nel corso degli ultimi mesi proprio in Germania, ove le politiche di bilancio di Angela Merkel sono contrastate da una parte del mondo produttivo, il quale trova difficoltà sempre maggiori a piazzare le merci in una Europa impoverita dall’austerity.

Il dibattito è quindi aperto e potrebbe essere notevolmente influenzato dalla crisi indotta dal dilagare del coronavirus, soprattutto in quel continente europeo che nel corso degli ultimi decenni ha teorizzato il contenimento del debito pubblico. Con risultati non proprio esaltanti.

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