Pensioni integrative: tutto quello che occorre sapere

Pensioni integrative: tutto quello che occorre sapere

pensioni in Italia

Il sistema pensionistico italiano è stato oggetto di forti ritocchi nel corso degli ultimi decenni. A partire dalla riforma Dini, con la quale fu introdotto il sistema contributivo al posto di quello retributivo.

L’ultima modifica in tal senso è quella apportata dalla riforma Fornero, che ha introdotto il principio secondo il quale l’età pensionabile dipende dall’aspettativa di vita. Un ritocco che ha scatenato grandi e giustificate polemiche, generando una serie di ingiustizie notevoli e provocato il drammatico problema degli esodati. Ovvero quei lavoratori che avevano smesso di lavorare in seguito ad accordi ufficiali e che si sono all’improvviso ritrovati nell’impossibilità di uscire nei termini concordati.

A cercare di porre riparo a tali ingiustizie è stata Quota 100, il provvedimento varato dal primo governo Conte su input della Lega. Il quale, però, sarà ora smantellato. Con nuove e prevedibili proteste dei lavoratori italiani.

La possibile soluzione: le pensioni integrative

Per cercare di ovviare ad alcuni problemi del nostro sistema pensionistico, sono in molti ad indicare ormai da tempo le pensioni integrative. Ovvero quei trattamenti indicati come il secondo pilastro del sistema, in aggiunta al primo rappresentato dalla pensione pubblica.

In pratica ad esse, e ai gestori dei fondi pensione, è demandato il compito di assicurare livelli retributivi in grado di sostenere un adeguato tenore di vita anche una volta che sia stato abbandonato il posto di lavoro.

Andiamo quindi a cercare di capirne di più su questa soluzione e, soprattutto, se sia effettivamente vantaggiosa per i lavoratori o se, invece, lo sia solo per chi la propone.

Il patto tra generazioni

Il regime pensionistico italiano, si fonda sul principio del patto tra generazioni. Cosa vuol dire? In pratica, coloro che lavorano pagano le pensioni di chi invece ha raggiunto la scadenza per andare a riposo. In attesa naturalmente che il patto si rinnovi quando sarà il turno dei lavoratori di oggi ad andare in pensione.

Il problema consiste nel fatto che ci deve essere un rapporto di equilibrio tra lavoratori attivi e pensionati. Quando esso propende dalla parte dei secondi, si creano degli squilibri notevoli, come quelli che oberano il sistema attuale. Che, non a caso, è giudicato adeguato, ma non sostenibile.

Il fatto che in Italia troppe persone non riescano a trovare occupazione rende difficile pensare di poter proseguire con l’attuale regime, senza operare correzioni sul medio e lungo periodo. Un problema destinato ad aggravarsi con l’invecchiamento della popolazione italiana ancora in atto.

Dal sistema retributivo al contributivo

Come abbiamo ricordato, la riforma ideata da Lamberto Dini, nel 1995 ha introdotto il sistema contributivo al posto di quello retributivo. Se nel secondo caso chi andava in pensione prendeva una percentuale della media retributive dell’ultimo decennio, intorno al 70%, il contributivo ha introdotto il principio che a stabilire l’entità della pensione siano proprio i contributi versati.

Una modifica che ha messo in sicurezza il sistema pensionistico, ma che ha anche peggiorato il livello delle pensioni erogate. Creando la necessità di colmare il buco a danno dei lavoratori. La quale è stata affrontata appunto con la possibilità di crearsi una pensione integrativa.

Come funziona la previdenza complementare?

Se la pensione pubblica obbedisce al meccanismo della “ripartizione”, ovvero coi contributi dei lavoratori attuali chiamati a finanziare le pensioni correnti, i fondi pensione utilizzano le risorse provenienti che vanno a procacciarsi sui mercati finanziari.

Questo meccanismo è denominato a “capitalizzazione”. I contributi che periodici versati ed investiti secondo la linea di gestione prescelta (obbligazionaria, azionaria o mista) danno vita ad una accumulazione di capitale, risultato dei rendimenti ottenuti con le risorse versate.

Quando l’interessato raggiunge l’età pensionabile, può optare tra la sua corresponsione sotto forma di rendita o capitale. Nel primo caso avrà un emolumento mensile, nel secondo la cifra sarà rilasciata per intero.

Quali sono le tipologie di fondi pensione

I fondi pensione si dividono in tre tipologie:

  1. fondi aperti, creati e gestiti da banche, assicurazioni, Sgr e Sim per poi essere collocati presso il pubblico. Ad essi possono aderire lavoratori autonomi, liberi professionisti e lavoratori dipendenti, compresi i loro familiari. L’adesione può avvenire in forma individuale o, se il Regolamento del Fondo lo prevede, su base collettiva, con un accordo tra il Fondo e l’azienda, sulle modalità e i termini di contribuzione degli aderenti. Le prestazioni assicurate non possono essere stabilite a priori, in quanto dipendono dai contributi versati e dal rendimento degli strumenti finanziari. L’adesione è incentivata da agevolazioni fiscali, come la deducibilità dei contributi a carico del lavoratore dell’azienda fino al limite massimo stabilito per legge;
  2. fondi chiusi, varati sulla base di accordi tra le organizzazioni sindacali e quelle imprenditoriali di specifici settori.  Sono alimentati dal trattamento di fine rapporto maturato dal lavoratore ed eventualmente da contributi del datore di lavoro e del lavoratore. L’adesione è in questo caso incoraggiata da agevolazioni fiscali, a partire dalla totale deduzione dei contributi, con un tetto massimo stabilito per legge. Anche in questo caso quanto erogato dipende dai versamenti e dai relativi rendimenti;
  3. Piani Individuali Pensionistici (PIP), detti anche Forme Individuali Pensionistiche (FIP), quegli strumenti previdenziali i quali erogano prestazioni di natura pensionistica che vanno ad integrare quelle fornite dall’INPS. A differenza dei fondi pensione l’adesione è a carattere individuale, fornendo alcuni vantaggi come la possibilità di interrompere, e poi eventualmente riprendere, il versamento dei premi prestabiliti senza rescissioni o penalizzazioni a livello contrattuale. Possono aderire anche coloro che non hanno la possibilità di aprire una posizione previdenziale, come gli studenti o le casalinghe. Esiste anche la possibilità di riscattare in anticipo quanto versato.

I vantaggi in termini di flessibilità e garanzie

Tra i maggiori vantaggi assicurati dalle pensioni integrative, va ricordata la massima flessibilità. Se all’atto dell’adesione occorre fare delle scelte, esse possono comunque essere modificate sulla base delle esigenze sopravvenute.

Occorre inoltre sottolineare come le risorse versate non possano essere oggetto di pignoramento o sequestro. Rimanendo inoltre disponibili nel caso di un fallimento dell’ente cui sono state affidate per la gestione.

Inoltre, nel caso di decesso del diretto interessato prima che siano maturati i termini per andare in pensione, le somme versate sino a quel momento spettano agli eredi o ai beneficiari indicati.

Quando diventano effettive?

La pensione integrativa viene erogata una volta che siano maturati i requisiti per la pensione di base e dopo  almeno cinque anni trascorsi presso un fondo di previdenza complementare. Può anche essere ricevuta anticipatamente in alcuni casi, sotto forma di Rendita Integrativa Temporanea Anticipata (RITA).

L’erogazione può essere integralmente sotto forma di rendita vitalizia o, a scelta, per il 50% massimo in capitale ed il resto in rendita. Ove l’importo maturato sia esiguo, si può richiedere la liquidazione sotto forma di capitale.

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