Capitalismo

Perché il capitalismo (in Italia) non piace?

Il capitalismo sembra perdere colpi nella percezione di un gran numero di persone. A testimoniare quanto sta accadendo è stata una lettera pubblicata nell’agosto del 2019 sul New York Times.

Firmata dai 180 più importanti amministratori delegati degli Stati Uniti, tra i quali Jeff Bezos (Amazon) e Tim Cook (Apple), conteneva l’annuncio di un proposito a dir poco rivoluzionario: non perseguire più soltanto l’interesse dei manager e degli azionisti, ma tenere nel debito conto anche il benessere di dipendenti, clienti e della società più in generale. Ovvero sacrificare qualcosa in termini di interesse privato a favore di una collettività la quale ha visto sempre più compromesso il proprio livello di vita nel corso degli ultimi decenni.

Il messaggio della lettera sembra abbastanza chiaro: occorre riformare il capitalismo per consentirgli di non essere messo in discussione.

Un trend sempre più pronunciato

Il capitalismo perde colpi nel suo luogo simbolo, quindi, gli Stati Uniti. Ma li perde anche in Italia, ove stanno crescendo le voci contrarie ad una situazione sociale sempre più degradata ed allarmante. Per rendersi conto di quello che sta passando la società italiana basta in effetti dare una rapida occhiata alle statistiche e agli studi condotti al proposito.

A partire da “Time to care”, il rapporto pubblicato ogni anno dall’organizzazione non governativa Oxfam. Che nella sua ultima edizione non lascia dubbi su quanto sta avvenendo. Alla fine del primo semestre del 2019, infatti, la ricchezza italiana netta ammontava a 9.297 miliardi di euro. Di questa massa monetaria, il 20% più ricco deteneva quasi il 70%,mentre il successivo 20% era titolare del 16,9% del patrimonio nazionale.

Il dato più drammatico è però rappresentato dalla parte bassa della piramide sociale: il 60% più povero, infatti, possedeva appena il 13,3% della ricchezza del paese. In termini patrimoniali, il 10% più ricco della popolazione italiana possiede attualmente oltre 6 volte la ricchezza detenuta dalla metà più povera.

Una competizione truccata

I dati denunciati da Oxfam dimostrano come il capitalismo non solo non funzioni, ma stia provocando un vero disastro sociale. Tale da metterne in forse la sopravvivenza. Il paradosso è che a provocare questa crisi di sistema è proprio la mancata applicazione di regole certe. O, addirittura, la pratica impossibilità di stabilirle in modo da dare vita ad una vera competizione.

A dirlo non è Karl Marx, che pure alla critica del capitalismo si è dedicato anima e corpo, dando vita ad un sistema di idee reputato ancora oggi estremamente attuale. Bensì un convinto capitalista come Martin Wolf, il quale ha scritto un articolo intitolato “Perché un capitalismo truccato sta danneggiando la democrazia liberale”.

Pubblicato dal Financial Times, il suo scritto affronta in maniera molto decisa la crisi del capitalismo: «Abbiamo bisogno di un’economia capitalista dinamica, ma sempre più spesso ci troviamo di fronte a un capitalismo instabile che vive di rendita, alla mancanza di concorrenza, alla stagnazione della produttività, all’aumento delle diseguaglianze e, non a caso, a un crescente degrado nella qualità della democrazia.”

Il capitalismo ha smesso di funzionare

La conclusione di Wolf, è non meno tranciante: il capitalismo ha smesso di funzionare. Ha smesso di essere un’arena di scontro e continuo miglioramento, trasformandosi invece in un luogo nel quale un gruppo di individui privilegiati, resi tali da connessioni politiche o posizioni di mercato, è in grado di accumulare rendite clamorose. Dalle quali estrae valore per sé sottraendolo al resto della società, senza dover correre alcun rischio in termini di concorrenza. E senza un potere politico in grado di costringerlo a restituire alla società una parte di quanto preso.

Ne consegue che una politica orientata verso il capitalismo sta in pratica assumendone e preservandone i vizi. Contribuendo in maniera decisiva alla crisi del sistema.

L’ascensore sociale si è fermato

A rendere ancora più grave la situazione, è poi un altro dato sottolineato da Oxfam. In Italia, sottolinea il rapporto, i ricchi e i poveri si tramandano condizioni socio-economiche di generazione in generazione. Chi nasce ricco lo rimane al di là dei suoi meriti, chi nasce povero difficilmente migliora la sua situazione. Un terzo dei figli di genitori più poveri, sotto il profilo patrimoniale, è infatti destinato a rimanere confinato al piano più basso (in cui si colloca il 20% più povero della popolazione), mentre il 58% di quelli i cui genitori appartengono al 40% più ricco, ha ottime possibilità di restare al vertice della piramide sociale.

Il motivo è da ricercarsi in una serie di scelte clamorosamente errate da parte del potere politico. Basti pensare alla distruzione di un modello scolastico, quello ereditato da Gentile, che pure aveva funzionato benissimo negli anni del boom economico. Distruzione operata sull’onda dell’assunto che voleva sbagliato quel modello, da sostituire quindi con uno in grado di stringere i contatti tra formazione e imprese. Le riforme prodotte sulla base di queste coordinate hanno dimostrato di non funzionare. Con risultati sempre più evidenti.

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