Monero, privacy coin

Cosa sono le Privacy Coin?

Le criptovalute ormai da anni sono guardate con grande sospetto dalla politica. Un sospetto derivante in particolare dal loro elevato livello di privacy. Un livello che in alcuni casi può rendere molto complicato tracciare il denaro da entrambi i lati della transazione.

Proprio per questo motivo sono state additate come uno strumento ideale per la criminalità, che può utilizzarle alla stregua di una vera e propria lavanderia per ripulire capitali di dubbia provenienza.

Va però sottolineato che se sino a questo momento è stato il Bitcoin il bersaglio della maggior parte delle accuse, sono invece le cosiddette privacy coin a rivelarsi molto più adatte per tutti coloro che vogliono raggiungere il vero e proprio anonimato e occultare, a fisco e autorità di polizia, i movimenti di capitali.

Cosa sono le privacy coin?

Per privacy coin si intendono quelle criptovalute che sono riuscite nel corso del tempo ad implementare sempre più i loro livelli di riservatezza.

Un settore in cui si sono fatte notare soprattutto Monero, Dash e Zcash che, non a caso, negli ultimi mesi hanno continuato a spingere per l’adozione di nuovi protocolli tesi a rendere i loro livelli di privacy ancora più elevati di quanto già non siano.

Per capire come proprio queste siano le monete virtuali che possono rappresentare una notevole insidia, occorre ricordare come in base ad alcuni rapporti risalenti ormai ad anni fa, non è BTC ad essere utilizzato per transazioni da coprire, bensì Monero e Dash.

Come avviene sul Dark Web, ovvero la parte di Internet difficilmente accessibile, composta da un numero molto limitato di portali e siti, in cui avvengono le transazioni che vedono interessate armi e droga.

Il rapporto di Chainalysis

E’ stato un rapporto di Chainaysis risalente all’inizio del 2018 a rivelare quanto stesse accadendo sui mercati neri del web. La società legale specializzata in criptomonete affermava già all’epoca come i criminali che operano sulla Rete preferiscano ormai affidarsi ad altre forme di criptovaluta e non più alla creazione attribuita a Satoshi Nakamoto.

Quali erano queste nuove criptovalute? Monero, Dash e Zcash, che dovevano la loro crescita di gradimento sul Dark Web non solo alla maggiore velocità nei confronti di BTC, ma anche a costi di transazione minori, alla sicurezza e alla capacità di assicurare livelli di riservatezza prossimi all’anonimato.

A certificare il mutamento in atto erano proprio i dati, pubblicati da Chainalysis, secondo i quali se nel 2012 il quantitativo di BTC impiegati negli scambi sulla parte oscura del web facevano registrare un controvalore di 75 milioni di dollari, oggi sarebbe quasi azzerato.

A favorire questa evoluzione non solo la chiusura di alcuni mercati illegali come Silk Road, ma anche la decisione di alcuni di accettare solo Monero. Come ha fatto ad esempio Libertas, ma non solo.

Perché Bitcoin non va più bene?

La domanda da farsi, a questo punto è la seguente: perché BTC ha perso appeal dal punto di vista della privacy? Il motivo è da ricercarsi proprio nella spiegazione che hanno sempre dato i fautori delle criptovalute.

Di fronte alle accuse che cercavano di inchiodare in particolare il Bitcoin alla funzione di corriere per capitali sporchi, i criptofans avevano sempre affermato come fosse vero esattamente il contrario: la regina delle monete digitali sarebbe un vero e proprio deterrente al riciclaggio di capitali sporchi.

Un controsenso? Non proprio. I criptofans, infatti, hanno sempre ricordato che tutte le transazioni che avvengono sulla rete di Bitcoin sono registrate sotto forma di dati immodificabili, grazie alla presenza della blockchain, ovvero dell’infrastruttura dematerializzata che assicura la certificazione e l’impossibilità di modificare i dati.

Lo studio di Gaspare Jucan Sicignano

“Nei bitcoin non vi è alcun rischio di riciclaggio. Anzi le note criptovalute sono in grado di scongiurare operazioni di riciclaggio”: ad affermarlo è stato Gaspare Jucan Sicignano, un ricercatore  in diritto penale dell’Università Suor Orsola Benincasa di Napoli.

La sua tesi è contenuta in “Bitcoin e riciclaggio”, libro pubblicato lo scorso anno. Secondo lui, infatti, ogni transazione può essere liberamente consultata da chiunque lo voglia, fornendo il report storico di ogni operazione avvenuta.

Se è poi possibile che un determinato wallet in cui vanno a sfociare le risorse movimentate sia anonimo, anche questo problema è facilmente aggirabile grazie a tecniche di digital forensic. Le quali  consentono di risalire agevolmente a chi ha approntato una determinata operazione.

Inoltre, lo stesso ricercatore afferma che in questo momento le possibilità di conseguire l’anonimato sono molto limitate, in quanto gli exchange devono rispondere alle autorità di controllo e adottare le misure volte a identificare espressamente gli autori di ogni transazione.

La crescita delle privacy coin

Proprio le considerazioni espresse da Gaspare Jucan Sicignano fanno capire perché nel corso degli ultimi mesi le cosiddette privacy coin hanno fatto registrare una notevole crescita. Sono infatti in molti a scommettere sul fatto che la loro rinnovata propensione alla riservatezza spingerà sempre più utenti ad adottarle al posto di Bitcoin.

Una tendenza che Monero, Dash e ZCash stanno peraltro aumentando in maniera esponenziale. Basti pensare alle ultime mosse di Monero, la cui comunità sta addirittura discutendo in relazione all’adozione di un nuovo sistema che prevede l’implementazione di firme ad anello trustless di dimensione logaritmica.

Il sistema in questione, chiamato Triptych,  gli consentirebbe di conseguire il pratico anonimato. Una mossa che, però, potrebbe spingere molti exchange ad escludere XRM dalle proprie contrattazioni.

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