Prezzo del petrolio

Quando finirà il petrolio?

Molto spesso torna ad affiorare una vecchia tesi, quella sull’ormai imminente fine del petrolio. Una tesi che spinge naturalmente a prendere in considerazione gli scenari alternativi e quello che potrebbe accadere a livello economico ove ciò si verificasse.

La teoria sull’esaurimento del petrolio venne formulata per la prima volta nel 1956 da King Hubbert, un geologo della Shell, secondo il quale si sarebbe verificato un picco nella produzione di greggio in concomitanza con l’inizio degli anni ’70, cui avrebbe fatto seguito un inesorabile declino.

Una teoria poi rivelatasi errata a causa dell’affinarsi delle tecnologie di prospezione e perforazione e del raggiungimento di nuovi depositi un tempo considerati inaccessibili. Per effetto del saldarsi di questi fattori, i picchi produttivi hanno continuato a susseguirsi anche nel nuovo millennio.

Eppure le voci sull’imminente fine del petrolio non hanno mai cessato di circolare. Corroborate anche da veri e propri calcoli fatti tenendo conto del ritmo di estrazione attuale. Calcoli che, però, non tengono conto di una battuta attribuita ad Ahmed Zaki Yamani, l’uomo che diresse il ministero del petrolio in Arabia Saudita tra il 1962 e il 1986: “L’età della pietra non terminò per la mancanza di pietre, così come l’età del petrolio non sarà determinata dalla sua fine”.

Una data limite: il 2067

Le riserve mondiali di petrolio (Gpl e “condensati” compresi), se il loro sfruttamento proseguirà al ritmo attuale, basteranno fino al 2067. Mancano insomma 47 anni alla fine dell’ultimo barile di petrolio, terminato il quale occorrerà passare ad altre forme di energia.

Un calcolo che, però, appunto non tiene conto di eventi straordinari come il lockdown operante a livello globale a causa del diffondersi della pandemia o di possibili shock economici tali da mutare il dato di fondo.

I dati in questione furono formulati nel 2014, nel corso della 63/a edizione della Statistical Review of World Energy realizzata dalla British Petroleum. Si tratta di una previsione ancora attendibile? Probabilmente no, alla luce di alcune recenti scoperte.

Il caso del Bahrein

A mutare il quadro, ad esempio, ha contribuito la scoperta di nuovi giacimenti petroliferi. In particolare quello situato nel Bahrein, piccolo sceiccato del Golfo Persico che pure era stato solo sfiorato dalla manna petrolifera di cui si erano giovati in preedenza Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti e Kuwait.

Il petrolio in questione è contenuto all’interno di un gigantesco giacimento di «olio di scisto» (shale oil), le cui capacità sono state stimate in 80 miliardi di barili. Nel caso in cui le stime fossero corrette, si tratterebbe della più grande scoperta petrolifera degli ultimi 80 anni, che potrebbe infine trasformare il Bahrein (attualmente solo 57° nella classifica mondiale dei produttori) in un esportatore di grande rilievo.

Gli Stati Uniti e il fracking

Altro evento che non poteva essere tenuto in conto da King Hubbert e, forse, sottovalutato dal report di British Petroleum, è poi rappresentato dal cosiddetto fracking. Si tratta della nuova tecnologia di trivellazione la quale consente di raggiungere giacimenti profondi o i quali siano occultati da strati di rocce resistenti.

Grazie al suo impiego, e nonostante l’allarme degli ambientalisti, è stato possibile aumentare nuovamente le scorte esistenti e prevedibili, riconsegnando in particolare agli Stati Uniti il loro antico ruolo di Paese leader nella produzione di Petrolio.

Quanto durerà il petrolio?

Quanto durerà il petrolio? La domanda di partenza, come abbiamo visto, è forse posta in maniera sbagliata, in quanto le nuove scoperte sono in grado di influire con notevole forza sulla questione.

Attualmente il conteggio tecnico è il risultato del rapporto tra riserve provate e produzione (il cosiddetto R/P ratio). Il problema è che esso rappresenta un dato preso singolarmente, il quale non fa altro che riflettere lo stato della conoscenza geologica del sottosuolo. Un dato, quest’ultimo che, come abbiamo visto, è però soggetto agli investimenti ed ai miglioramenti della tecnica. Occorre quindi aggiungervi alcune considerazioni di non poco conto.

Il petrolio non finirà, ma sarà accantonato

Se sinora abbiamo affrontato il tema facendo riferimento alle teorie del “picco dell’offerta petrolifera” (peak oil supply), occorre anche ricordare come in tempi recenti abbiano iniziato a circolare le teorie del “picco della domanda” (peak oil demand). In base alle seconde, il petrolio non finirà, in linea con quanto affermato da Yamani, ma ne consumeremo sempre meno.

Teorie corroborate da alcuni fatti non secondari. Se, infatti, il petrolio è oggi l’indiscussa regina delle fonti di energia, una soluzione gradita per i suoi costi, per la sua flessibilità di trasporto e di impiego, va anche ricordato che il globo sta intraprendendo strade alternative, tese a far fronte alla minaccia rappresentata dai mutamenti climatici.

In questo quadro sono stati messi in campo accordi tesi a ridurre le emissioni di CO2, in particolare con l’Accordo di Parigi del 2015. Una nuova politica la quale presuppone in particolare un drastico calo dei consumi da fonti fossili, tra cui il petrolio.

La nuova situazione vede quindi porre l’accento sulla necessità di virare verso nuovi modelli energetici. In cui il petrolio avrà un ruolo molto minore rispetto al passato. Mentre cresceranno di converso le fonti rinnovabili, ovvero eolico e solare, ma non solo. Basti pensare all’accento sulla macchina elettrica che ha fatto seguito al cosiddetto sciopero ambientale che è stato messo in campo dalla giovane attivista svedese Greta Thunberg.

Insomma, se il petrolio finirà, contraddicendo Zamani, ad oggi è molto complicato dire quando.

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