Salario minimo orario: cos’è e perché servirebbe

Salario minimo orario: cos’è e perché servirebbe

Nunzia Catalfo salario minimo orario

Una notizia proveniente dalla Svizzera, in particolare dal Cantone di Ginevra, sembra destinato a riaprire la discussione sul salario orario minimo.

Una misura di assoluta civiltà che, naturalmente, nel nostro Paese ha trovato accesi avversari non solo in Confindustria, come è logico attendersi, ma anche nelle organizzazioni sindacali e in una parte della sinistra, ovviamente quella ormai votata alle necessità di un libero mercato che, soprattutto in tempi di Covid-19, sembra essere completamente saltato.

Salario orario minimo: cos’è accaduto a Ginevra

Il Cantone di Ginevra è il quarto della Svizzera a dotarsi di un salario orario minimo, dopo quelli di Ticino, Neuchâtel e Giura. L’approvazione è arrivata al terzo tentativo referendario, con il 58% dei votanti che ha aderito all’idea di avere uno strumento in grado di aiutare i salari a resistere meglio al costo della vita.

L’approvazione della misura ha destato una certa preoccupazione, in considerazione del fatto che, a differenza di quanto accaduto per Ticino e Giura, non sono previste fasi di transizione.

A destare una certa meraviglia è poi l’ampiezza del salario minimo proposto, ovvero 23 franchi svizzeri all’ora. Che varrà per tutti i lavoratori, di qualsiasi settore, che esista o no un contratto collettivo.

Salario minimo: cos’è

Con salario minimo si intende solitamente il livello salariale più basso che, per legge, può essere conferito ai lavoratori. Il salario minimo può essere istituito in relazione all’ora, al giorno, alla settimana o all’anno.

Il nostro Paese è uno dei pochi in Europa che non lo prevede a livello normativo, anche se la Costituzione, all’articolo 36, afferma che “Il lavoratore ha diritto ad una retribuzione proporzionata alla quantità e qualità del suo lavoro e in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa.”

Una semplice enunciazione, purtroppo, allo stato delle cose. In Italia, infatti, l’avvento della flessibilità si è tradotta in una vera e propria giungla salariale, ove le figure meno garantite si ritrovano a lavorare spesso in cambio di retribuzioni umilianti. Basti pensare a figure come i riders delle catene di consegna cibo nelle abitazioni, ma non solo.

Cosa accade in ambito OCSE e UE

Il caso italiano non è isolato, ma il nostro Paese rientra comunque in una esigua minoranza, a livello di quelli più avanzati. Basta fare riferimento a OCSE e UE per capirlo.

Nel primo caso il 77% dei Paesi vanta uno strumento di questo genere. Per quanto riguarda l’Unione Europea, sono invece 22 gli Stati che vantano un salario minimo, pur con notevoli differenze. Oltre all’Italia, ne sono privi Svezia, Austria, Danimarca, Finlandia e Cipro.

Sempre in ambito eurozona, si possono riscontrare differenze salariali abbastanza clamorose, se il riferimento è al salario orario. Si va infatti da un minimo di 1,62 euro all’ora per la Bulgaria, ad un massimo di 11.97 per il Lussemburgo.

Salario orario minimo: chi lo propone in Italia

Il salario orario minimo è un altro cavallo di battaglia del Movimento 5 Stelle. Il quale fissa a 9 euro il livello di retribuzione in questione. In particolare è stata Nunzia Catalfo, Ministro del Lavoro nel secondo governo guidato da Giuseppe Conte, a indicare questa soglia. La quale andrebbe ad interessare circa il 20% dei lavoratori italiani, attualmente non coperti dai contratti collettivi.

Si stima che ove venisse approvato un provvedimento in tal senso, per le imprese si verificherebbe un aggravio di spese pari a 6,7 miliardi di euro. Una parte dei quali sarebbe però recuperata ad esempio aumentando il costo delle forniture alla Pubblica Amministrazione.

L’opposizione di Confindustria

La proposta del M5S ha trovato naturalmente l’opposizione di Confindustria, come era logico attendersi. Con motivazioni abbastanza stralunate, come quella secondo la quale si verificherebbe una marea di licenziamenti al fine di reggere all’aumento di costi. Una eccezione che non regge alla prova dei fatti: perché dovrebbero essere licenziati lavoratori necessari alla produzione?

L’altra eccezione di fondo è poi legata alla competitività sui mercati esteri. Secondo i confindustriali, infatti, le imprese italiane non potrebbero reggere con costi di produzione più alti. Anche in questo caso, però, la realtà dei fatti sembra ben altra. Le produzioni italiane si reggono sulla qualità, quella del Made in Italy, la quale è comunque pagata in maniera adeguata dalle imprese più accorte.

La maggior parte di quei 4 milioni di lavoratori che attualmente non sono coperti da minimi salariali adeguati, fanno parte di imprese che non esportano. Quindi i danni per il nostro export sarebbero limitati.

L’opposizione dei sindacati

A sorpresa, sul fronte dei contrari al salario orario minimo si trovano anche i sindacati. Una opposizione non ideologica, però, bensì di tipo opportunistico. Ove passasse la proposta di Nunzia Catalfo, infatti, i sindacati italiani, già abbondantemente screditati da decenni di concessioni alla controparte sociale, gli imprenditori, perderebbero ulteriormente peso in termini di rappresentanza.

Ovvero quella sorta di potere di interdizione che ne ha fatto un soggetto da tenere in conto quando si prendono decisioni politiche. Snaturando però la loro funzione: non più difesa degli interessi del mondo del lavoro, ma di posizioni di vero e proprio potere personale. Una difesa che va a scapito di tutti quei lavoratori che non sono coperti dalla contrattazione collettiva. Che sono, appunto, il 20% della forza lavoro tricolore.

Perché servirebbe il salario orario minimo?

Se la posizione di Confindustria potrebbe essere comprensibile in una situazione di normalità, sembra però sganciata dalla realtà creata dalla pandemia in atto. Che ha in pratica abbattuto i livelli delle esportazioni, proprio a causa della necessità di ricreare barriere protettive.

In queste condizioni dovrebbe essere incentivato al massimo il mercato domestico. Ovvero lo stesso che è stato abbattuto nei decenni dell’euro, in base al mantra della competitività dell’export. Se le esportazioni continueranno ad essere ostacolate dal Covid-19, per le imprese italiane potrebbe diventare sempre più complicato vendere i propri prodotti alle famiglie italiane, messe in difficoltà dalla compressione dei livelli salariali e, quindi delle entrate da destinare ai consumi. Un discorso che, però, non sembra essere nelle corde di chi si oppone al salario orario minimo.

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