Shut-in economy: cos’è l’economia chiusa e perché se ne parlerà sempre di più

Shut-in economy: cos’è l’economia chiusa e perché se ne parlerà sempre di più

La pandemia di coronavirus in corso sta mettendo a dura prova l’economia mondiale. Tutti gli operatori, infatti, sono costretti a fare i conti con le paure ingenerate dal diffondersi del Covid-19 e inventare forma di commercio in grado di tenere nel debito conto le tante restrizioni vigenti e che, almeno in parte, continueranno a ispirare i comportamenti dei consumatori.

In un quadro come quello delineatosi in questi mesi, è andata sempre più affermandosi la cosiddetta shut-in economy. Si tratta di un concetto non proprio nuovo, ma che in questi mesi è andato assumendo una valenza sempre più forte, diventando centrale nella vita di tutto i giorni. Andiamo dunque a cercare di capire di cosa si tratti e perché potrebbe continuare a detenere una posizione centrale nella società del futuro.

Cos’è la Shut-in economy

Shut-in economy vuol dire letteralmente “economia chiusa”, intendendo in tal modo quella costretta a rimanere racchiusa tra i confini. Gli stessi che la globalizzazione aveva cercato di abbattere? Non proprio.

In questo caso si tratta infatti di quelli imposti proprio dal coronavirus, costringendo le famiglie a rimanere confinate all’interno della propria casa, senza potersi magare recare a fare acquisti in posti un tempo frequentati in maniera assidua.

Il modello economico della Shut-in economy prevede in pratica ordini da casa di prodotti e servizi di cui usufruire senza necessità di spostarsi dalla propria abitazione.

Come già ricordato, si tratta di un modello che già stava iniziando ad affermarsi prima che esplodesse la pandemia, costringendo le famiglie al cosiddetto lockdown, ovvero al confinamento. Già negli anni passati stava sempre più prendendo piede la pratica consistente nell’ordinare online una lunga di prodotti e servizi.

Basta in effetti guardare i report elaborati nei mesi ante-coronavirus per rendersi conto di un trend in forte sviluppo. Cui ora, però, il Covid-19 sembra aver dato una spinta praticamente inarrestabile. La quale sarà pagata con ogni probabilità da una miriade di esercizi commerciali che non reggeranno alla crisi o che saranno costretti a chiudere più avanti.

L’acquisto sul web è ormai dilagante

Il confinamento cui sono state costrette milioni di famiglie in ogni parte del globo, ha avuto come conseguenza una accelerazione decisiva verso la Shut-in economy.

L’impossibilità di recarsi presso i centri commerciali o i negozi disseminati sul territorio ha infatti obbligato un numero sempre crescente di persone ad acquistare online. Non solo prodotti di intrattenimento, ma anche di largo consumo, come abbigliamento e alimentari.

Il risultato più evidente di quanto sta accadendo, però, più che sui consumi potrebbe riflettersi sull’offerta. Se, infatti, sempre più persone limiteranno i loro acquisti su Internet, sarà del tutto logico che le imprese, per resistere alla nuova situazione, dovranno riuscire a garantire i loro prodotti e servizi per via telematica.

Una tendenza che era già in atto

Va ancora sottolineato come, in fondo, il coronavirus abbia soltanto affrettato un trend che si andava affermando sempre di più. Già molti settori avevano preso atto di quanto andava maturando. Si pensi ad esempio alle tipografie, un servizio che ormai si svolge quasi interamente online, obbligando quelle che vogliono resistere a sposare la multicanalità.

Già prima della crisi sanitaria il giro d’affari delle tipografie tradizionali si era ridotto del 40%. Una tendenza comune a gran parte del mondo occidentale e destinata a rafforzarsi nei prossimi mesi, quando potrebbero sussistere limitazioni ai movimenti e timori legati alla possibilità di contagio.

Una tendenza che non aveva risparmiato gli avvocati. Anche in questo caso la consulenza online era letteralmente dilagante prima che il Covid-19 iniziasse a riversare i suoi colpi. Probabilmente con la nuova organizzazione imposta dalle necessità sanitarie, gli studi professionali saranno soppiantati dalle strutture in grado di operare online.

Per non parlare della finanza, altro settore che stava ormai avviandosi verso il web, con aziende operanti esclusivamente online, con un riscontro notevole, dovuto in particolare al mix tra convenienza e rapidità delle procedure.

Shut-in economy: chi pagherà il conto?

Il problema più grande posto dalla Shut-in economy, però, potrebbe essere rappresentato dai suoi costi sociali. La tendenza innescata potrebbe infine limitare molto le attività tradizionali, in particolare quelle commerciali. Aumentando al contempo il numero dei lavoratori della cosiddetta gig economy, ovvero quelli che lavorano a chiamata e di molti altri precari che già oggi faticano a sbarcare il lunario.

Una situazione in cui la risposta potrebbe però essere delegata alla protezione sociale accordata dallo Stato. Sarà necessario dare vita ad un sistema di tutele sempre più forti per impedire tensioni sociali che potrebbero infine mettere a dura prova la stessa tenuta democratica.

Come del resto è stato proposto da un politico britannico, Matthew Taylor, il quale ha proposto la creazione di una specifica categoria di lavoratori, che andrebbe a posizionarsi tra le aziende e i lavoratori con contratto fisso. Uno status professionale dai connotati non molto chiari, cui però spetterebbero benefici attualmente riservati ai lavoratori che godono di un regolare contratto. Tra di essi la malattia, gli extra pagati, e in alcuni casi i giorni festivi retribuiti. Un tema che dovrà senz’altro essere approfondito nell’immediato futuro.

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