Sistema pensionistico italiano: è sostenibile o no?

Sistema pensionistico italiano: è sostenibile o no?

pensioni in Italia

Ancora una volta il tema delle pensioni torna ad agitare il sistema politico italiano. La decisione di Giuseppe Conte di eliminare Quota 100, dopo la fase di prova tesa a porre argine a quanto decretato dalla Legge Fornero, è naturalmente destinata a provocare discussioni in un Paese che ha sempre vissuto come un’ingiustizia l’innalzamento continuo dell’età pensionabile.

Un innalzamento il quale sembra del resto obbedire ad una logica ben precisa: il sistema pensionistico italiano, così com’è congegnato attualmente sarebbe insostenibile. Ma è realmente così? Proviamo a capire meglio le questione.

Il sistema pensionistico italiano è adeguato?

Per cercare di rispondere alla domanda sulla sostenibilità del sistema pensionistico italiano occorre fare riferimento ad alcuni studi che, anche di recente, sono stati elaborati al proposito. Il primo dei quali è rappresentato dal settimo “Rapporto sul Bilancio del Sistema Previdenziale italiano” curato dal Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali.

Secondo il quale nel 2018 la spesa totale destinata alle pensioni delle gestioni pubbliche e privatizzate del sistema obbligatorio italiano si sarebbe attesta a 225,6 miliardi di euro, + 4,75 rispetto al 2017. La sua incidenza sul Prodotto Interno Lordo sarebbe perciò pari al 12,86%.

Nonostante un aumento di 4,8 miliardi in termini di contributi (pari a 204,7 miliardi di euro), il saldo tra entrate contributive e uscite sarebbe negativo per quasi 21 miliardi di euro. Con un carico sulla fiscalità generale di circa 56,6 miliardi di euro.

In miglioramento però il rapporto tra pensionati e attivi, a quota 1,45. Il valore migliore degli ultimi 22 anni, molto vicino a quell’1,5 che secondo gli estensori dello studio potrebbe garantire la sostenibilità di medio e lungo periodo del sistema.

L’undicesimo Report Melbourne Mercer Global Pension Index

Altro studio da tenere in considerazione è poi l’undicesimo Report Melbourne Mercer Global Pension Index. Il report ha messo a confronto 34 sistemi pensionistici, dando vita ad una graduatoria che vede il nostro al 27° posto.

Anche in questo caso il discorso è abbastanza articolato. Se a detta dei ricercatori il nostro sistema è adeguato, i problemi iniziano in termini di sostenibilità nel medio-lungo periodo.

A seminare dubbi sono alcuni dati, ovvero:

  • le poche nascite che caratterizzano ormai il nostro Paese, con un saldo negativo nel raffronto coi decessi;
  • l’aspettativa di vita sempre molto elevata (per fortuna), con l’Italia collocata nella classifica dei Paesi più vecchi in ambito UE alle spalle della sola Spagna.

Qual è il modello ideale di sistema pensionistico?

Naturalmente il discorso può variare tra un rapporto e l’altro, sulla base dei fattori presi in considerazione. Ad esempio secondo Mercer, il modello pensionistico ideale sarebbe quello in cui:

  • il tasso di sostituzione della pensione è pari ad almeno il 65%, al netto delle imposte, rispetto al reddito medio;
  • almeno il 60% del risparmio pensionistico viene erogato sotto forma di rendita;
  • almeno il 70% della popolazione in età lavorativa ha aderito a piani pensionistici privati;
  • le somme raccolte dai fondi pensione al fine di finanziare le future pensioni oltrepassano il valore del Pil;
  • il numero dei lavoratori senior, quelli compresi nella fascia di età tra 55 e 64 anni, rappresenta non meno del 70% tra tutti gli appartenenti ad essa;
  • è previsto un minimo pensionistico in grado di rappresentare una percentuale ragionevole rispetto allo stipendio medio della popolazione attiva;
  • i fondi pensione sono in grado di assicurare trasparenza non solo agli aderenti, ma anche alla comunità finanziaria nella sua interezza.

La questione giovanile

Adeguato, ma non sostenibile nel medio-lungo termine: così apparirebbe oggi il sistema pensionistico italiano. Un dato di fatto su cui grava il problema rappresentato dalla disoccupazione giovanile. Che nel nostro Paese è elevatissima, costringendo un gran numero di ragazzi italiani a trasferirsi all’estero per reperire occupazioni e salari adeguati.

Un tema che la politica continua ad ignorare in maniera grossolana. Da un lato permettendo l’esistenza di retribuzioni troppo basse soprattutto per chi vanta una formazione di alto livello (infatti molti di coloro che se ne vanno vantano la laurea) e dall’altra prolungando troppo la vita lavorativa di chi è già impiegato.

Una possibile soluzione in tal senso potrebbe arrivare da provvedimenti come il salario orario minimo e la riduzione dell’orario lavorativo a parità di retribuzione. Temi su cui sta spingendo anche la Commissione Europea, ma che in Italia sembrano tabù a causa dei ritardi culturali di gran parte dell’imprenditoria.

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