Stagflazione anni 70

Stagflazione: significato, spiegazioni e cause

Stagflazione è un termine spesso evocato, ma che rappresenta una vera e propria eccezione alla normalità. Soprattutto in un momento in cui i prezzi, ovvero l’inflazione, continuano a viaggiare su livelli tutto sommato modesti.

Una eccezione che però fece la sua comparsa nel corso degli anni ’70, anche se a coniare il termine era stato nel 1965 l’ex Cancelliere dello Scacchiere Ian McLeod, che si trovava al tempo all’opposizione.

Un termine talmente nuovo da mettere insieme due ipotesi che, nella concezione economica keynesiana, allora dominante, non avevano alcun motivo per farlo. Andiamo dunque a conoscere più da vicino la stagflazione e le sue possibili ricadute.

Stagflazione: il significato

La definizione di stagflazione è molto semplice: si verifica infatti quando i prezzi tendono ad aumentare, in una fase in cui la crescita economica rallenta o si tramuta in recessione.

Va sottolineato come si tratti di uno scenario straordinario in quanto, di norma, la recessione è accompagnata da un raffreddamento dei prezzi e viceversa. Quando infatti la capacità di spesa delle famiglie viene ad essere intaccata la richiesta di beni di consumo cala e dovrebbe riflettersi sui prezzi degli stessi, rispondendo alla legge della domanda e dell’offerta.

L’ipotesi peggiore in assoluto

E’ abbastanza facile capire come la stagflazione sia un’ipotesi molto temuta. Mette insieme due ipotesi negative, recessione e inflazione, con conseguenze che rischiano di rivelarsi disastrose.

Solitamente, infatti, per raffreddare l’inflazione si utilizzano tecniche monetarie, sotto forma di rialzo dei tassi,  o fiscali (politiche di austerità), le quali tendono a produrre risultati negativi per la crescita economica a breve termine. Nel caso in cui si decida di dare nuovo vigore all’economia, il pericolo consiste in un ulteriore riscaldamento dei prezzi.

A cosa fu dovuta la stagflazione degli anni ’70?

Come abbiamo ricordato, la stagflazione fece la sua comparsa nell’immaginario collettivo durante gli anni ’70. Tra i fattori che contribuirono a scatenarla fu lo choc petrolifero che fece seguito allo scoppio della guerra tra Siria ed Egitto da una parte e Israele dall’altra. Per finanziare lo sforzo bellico dei primi due, gli altri Paesi arabi alzarono il prezzo del petrolio, con conseguenze nefaste per l’economia occidentale.

Secondo molti economisti, la crisi di quegli anni fu scatenata proprio dall’aumento dei prezzi del petrolio e dei suoi derivati. Secondo questa interpretazione i costi del trasporto aumentarono rendendo più costosa la produzione di prodotti e la consegna sugli scaffali dei negozi. L’aumento dei prezzi si verificò in contemporanea con licenziamenti che misero in difficoltà la stessa tenuta sociale.

In questo scenario si andarono ad innescare le indicizzazioni dei salari previste ad esempio dalla Scala Mobile in Italia. Introdotta col preciso fine di proteggere il potere d’acquisto dei lavoratori di fronte ai processi inflattivi provocò una vera e propria spirale causata dalla corsa verso l’alto di prezzi e salari. La fase espansiva in atto praticamente dalla fine della Seconda Guerra Mondiale terminò bruscamente e si tramutò in vera e propria recessione.

La nascita della scuola monetarista

Tra le tante conseguenze della stagflazione, occorre senz’altro ricordarne una gravida di conseguenze per il futuro, ovvero la nascita delle teorie monetariste. Secondo le quali era necessario superare le indicizzazioni salariali e le politiche monetarie orientate solo al controllo della stabilità dei prezzi.

Il successivo passo di questo orientamento, prevedeva che la politica monetaria doveva invece guardare all’aumento della produttività. Un suggerimento messo in pratica in Italia da Bettino Craxi, con la pratica eliminazione della Scala Mobile.

I detrattori di questa teoria, sostengono però che consentendo all’inflazione di salire liberamente, prima o poi arriva il momento di dover tirare improvvisamente le redini, causando un vero e proprio shock all’economia.

Siamo in un periodo di stagflazione?

Il termine stagflazione è tornato a fare capolino nell’opinione pubblica nel corso degli ultimi anni. Nel 2012, ad esempio, il settimanale Panorama affermava che il nostro Paese era praticamente entrato nel tunnel della stagflazione. A dimostrarlo era la crescita asfittica del valore nominale dei salari, nell’ordine dell1,1%, a fronte di una salita dei prezzi che correva ad una velocità tripla.

Secondo l’economista Carlo Scarpa, ordinario dell’Università di Parma, ad innescare il fenomeno in atto era in quel caso un aumento dei costi, soprattutto delle materie prime, tale da riflettersi su quello dei prodotti. La produzione, però, era a sua volta gravata da un rallentamento derivante proprio dalla difficoltà delle imprese a sostenere gli aumenti, con conseguenti licenziamenti e abbassamento dei redditi.

I prezzi in salita erano all’epoca quelli del petrolio, dell’acciaio, del ferro, del rame e di tutti i materiali da costruzione in genere. Una crescita dovuta al fatto che Paesi come la Cina erano in una fase positiva dell’economia e li richiedevano, provocando un aumento dei costi pagata da quelli che erano invece in difficoltà. Tra i quali, appunto, il nostro.

La conseguenza di questo discorso era in fondo semplice: occorreva agire non sui prezzi, ma innescando una spirale virtuosa in termini di crescita. La scelta esattamente opposta fatta dall’Unione Europea, con conseguenze sempre più evidenti. Di cui nessuno, però, sembrava voler tenere conto nell’ambito dell’Eurozona.

Non hai trovato quello che cercavi?

» Cercalo su Amazon «

Non hai trovato quello che cercavi?

Cerca il tuo libro su Amazon

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *