La tassa sugli assorbenti che discrimina le donne

La tassa sugli assorbenti che discrimina le donne

Tampon Tax

di Giulia Vicari, in collaborazione con Eco Internazionale

“Se facciamo di continuo una cosa, diventa normale. Se vediamo di continuo una cosa, diventa normale. Se solo i maschi diventano capoclasse, a un certo punto finiamo per pensare, anche se inconsciamente, che il capoclasse debba per forza essere un maschio. Se continuiamo a vedere solo uomini a capo delle grandi aziende, comincia a sembrarci “naturale” che solo gli uomini possano guidare le grandi aziende.”

Mi piace cominciare così, con una citazione della scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie, che nei suoi saggi/libri parla spesso di femminismo.

Ma cosa c’entra con la tassa sugli assorbenti? C’entra, c’entra, perché molte donne non sanno di essere discriminate quotidianamente, non lo sanno perché non se ne parla, o non lo sanno perché le ingiustizie sull’uguaglianza di genere sono, appunto, normali.

Il 14 maggio scorso, la Camera ha nuovamente bocciato la proposta di legge che prevedeva l’abbassamento dell’Iva sugli assorbenti dall’attuale 22% al 5%. L’emendamento è stato respinto con 253 voti contrari e 189 favorevoli. Perché? Perché costa troppo.

Mi spiego meglio. L’Iva è stabilita per legge e viene applicata su tutti i prodotti di largo consumo, gravando quindi sul consumatore finale. Se si abbassasse l’IVA, gli assorbenti avrebbero un prezzo di mercato decisamente più basso, e se gli assorbenti avessero un prezzo di mercato più basso, nelle casse dello Stato entrerebbero milioni e milioni di euro in meno.

L’assorbente quindi, viene considerato un bene di lusso. I rasoi, invece, vengono tassati al 5%, il pane al 4% o la frutta al 5%, quindi l’IVA su quei beni è bassa, poiché vengono e sono effettivamente considerati di prima necessità. Le sigarette, l’alcool o l’abbigliamento, sono tassati invece al 22%, così come gli assorbenti.

Ma c’è di più; poco dopo la bocciatura dell’emendamento, il capogruppo del M5S Francesco D’Uva, durante una puntata di Omnibus su La7, ha consigliato a tutte le donne di Italia – per sopperire al mancato abbassamento dell’IVA – l’utilizzo di alternative all’assorbente, quali coppette mestruali o assorbenti lavabili. L’ironia sui social non ha chiaramente risparmiato D’Uva, che è stato “accusato” di mansplaining,un termine inglese che indica uomini con atteggiamenti paternalistici e che spiegano alle donne cose di cui sono già perfettamente a conoscenza.

Il capogruppo del M5S, Francesco D’Uva

Questo fenomeno, apparentemente innocuo, mette in risalto la solita e classica arroganza maschile nei confronti del genere femminile, considerando che una donna saprebbe perfettamente come sostituire un assorbente nel caso in cui non possa permetterselo. Ma questo è solo un esempio per dimostrare quanto sia scarsa la considerazione dell’opinione femminile, e che il dispendio di questi consigli avviene nei confronti della donna solo perché tale.

Insomma, grazie mille per averci illuminato D’Uva, ma sappiamo già come gira il mondo.

Tornando alla Tampon Tax, gli Stati che l’hanno abbassata sono tantissimi: l’India, l’Irlanda, la Scozia, il Canada, il Kenya, l’Australia o l’Uganda l’hanno addirittura abolita, in altri Stati come la Francia, l’Inghilterra, l’Olanda o il Belgio, la tassa oscilla tra il 5 e il 6%. In Germania invece la situazione non è molto migliore della nostra. L’Iva sugli assorbenti è al 19% ma la startup tedesca The Female Company ha escogitato una soluzione divertente e originale per aggirare il sistema, creando un libro con assorbenti all’interno. Infatti in Germania i libri sono tassati al 7% e di conseguenza, essendo i tamponi parte integrante del libro, anche gli assorbenti verranno tassati al 7% anziché al 19.

Una protesta efficace quella tedesca, che ha avuto sin da subito un gran successo, raggiungendo in pochi giorni la vendita di circa 10.000 copie.

Insomma, essere donna costa di più che essere uomo, e sebbene la nostra società faccia finta di essere pronta all’uguaglianza di genere, in realtà non è così.

Negli ultimi giorni, ad esempio, si è tanto parlato della disparità di trattamento economico tra la nazionale di calcio femminile e quella maschile, i cui compensi sono nettamente più alti rispetto alle colleghe del sesso opposto. Un confronto umiliante se si pensa che lo stipendio mensile di Ronaldo potrebbe coprire gli ingaggi dell’intera Serie A femminile.

Una forte discriminante considerata però “normale”, perché è giusto che una donna debba guadagnare meno di un uomo. Tuttavia, per quanto forti e lunghe possano essere le proteste sull’uguaglianza di genere, uno dei problemi principali al mancato cambiamento sono proprio le donne stesse.

La solidarietà femminile è una delle poche risorse indispensabili per un effettivo raggiungimento dell’uguaglianza di genere. Parliamo di GirlPower, quote rosa, manifestazioni ecc., ma quando è il momento di premiare o valorizzare un’altra donna, ci si tira indietro.

La competizione, l’invidia e gli “sgambetti” tra donne sono purtroppo troppo frequenti. Se vogliamo effettivamente emanciparci, cambiare il sistema ed evitare discriminazioni, cominciamo col credere di più in noi stesse, mettendo da parte inutili rivalità e agendo unite per interessi comuni.

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