Too big to fail

Too Big to Fail: davvero i paesi più potenti del mondo non possono fallire?

Too big to fail: troppo grandi per fallire. Quante volte ci siamo trovati di fronte a questa curiosa affermazione? Si tratta di un vero e proprio assunto teso ad affermare che esistono Paesi la cui importanza a livello globale è troppo grande per poterne permettere il fallimento. Ove ciò avvenisse, infatti, le ricadute sarebbero pesantissime per l’intera economia mondiale.

Quanto c’è di vero in questa affermazione? Secondo alcuni molto, per altri si tratta di un clamoroso abbaglio. La verità, molto probabilmente, sta proprio nel mezzo.

Gli intrecci dell’economia globale

Il primo argomento a supporto della tesi secondo la quale i Paesi troppo grandi non possono fallire, è da ricercare nel fatto che nell’economia globale l’intreccio è all’ordine del giorno.

Si pensi ad esempio allo stretto rapporto tra Italia e Germania, particolarmente evidente per l’automotive teutonico, che spedisce un gran numero di commesse al manifatturiero tricolore. Tanto che le notizie dell’inizio dell’anno, i quali indicavano una crisi sempre più profonda dei grandi marchi automobilistici dell’auto, avevano avuto come risultato notevoli fibrillazioni nelle tante fabbriche italiane che producono pezzi per BMW e Mercedes, in particolare.

Un rapporto che peraltro funziona anche al contrario, se si pensa che un mercato come quello italiano è fondamentale per la Germania, che non ha alcun interesse ad una crisi come quella che deriverebbe dal default del nostro Paese.

Il debito pubblico USA

Un altro Paese di cui si parla molto sono gli Stati Uniti. Il Paese guida del capitalismo mondiale, vanta infatti un debito pubblico mostruoso, pari a 22mila miliardi di dollari.

Di questa cifra, circa un quarto è detenuto da altri Paesi, tra i quali il principale creditore è il Giappone, con 1120 miliardi di dollari, seguito dalla Cina, 1110 miliardi, dal Regno Unito (341,1 miliardi), dal Brasile (311,7) e dall’Irlanda (262,1).

Quale interesse avrebbero questi Paesi, in particolare i due asiatici, a veder fallire un Paese di cui detengono una parte così imponente di debito pubblico? Nessuno. Proprio per questo gli Stati Uniti possono continuare a fare debito, sapendo che comunque saranno sostenuti anche dall’estero in caso di imminente pericolo. O almeno è quello che pensano in molti.

La posizione del Financial Times

Too big to fail? Non sembra molto d’accordo il Financial Times. Il giornale ha infatti sostenuto in un articolo del 2018, firmato da Wolfgang Munchau, editorialista di punta, che proprio il nostro Paese sarebbe il maggiore pericolo di instabilità per la zona euro, insieme ad una recessione economica e ad una guerra commerciale.

Anzi, forse è l’esatto contrario: l’Italia è troppo grande per essere salvata, anche perché l’UE non disporrebbe di strumenti in grado di farlo. Un argomento forse non campato in aria, ma fondato su argomenti abbastanza risibili. Secondo Munchau, infatti, il problema italiano sarebbe nel Reddito di Cittadinanza e in Quota 100, ovvero i provvedimenti messi in campo dal governo formato da M5S e Lega Nord.

Perché si tratta di un argomento abbastanza balzano? A spiegarlo è stata la stessa Unione Europea, promuovendo la misura simbolo dei grillini, in quanto sosterrebbe consumi e crescita in un panorama altrimenti piatto.

Too big to fail? Lo si diceva anche delle banche

C’è però un altro argomento da ricordare, quando si afferma che un Paese è troppo grande per fallire. Questo assunto era ritenuto valido anche per le banche, in particolare quelle statunitensi.

Una sicurezza che è stata in pratica distrutta dal clamoroso crac di Lehman Brothers, nel 2008. Un fallimento che ha riguardato un vero gigante da quasi 700 miliardi di dollari, ovvero l’ammontare degli asset detenuti dall’istituto al momento della sua scomparsa.

Probabilmente proprio su quell’assunto si erano basate le principali agenzie di rating nel regalare giudizi lusinghieri sulla banca, ritenendo cioè che proprio le dimensioni assunte da Lehman Brothers fossero in fondo un deterrente al suo fallimento. Una certezza andata dissolta e sulla quale molti analisti puntano il dito, quando si ritrovano ad affrontare argomenti di questo genere.

I fallimenti di Paesi troppo grandi si sono già verificati

Infine, occorre ricordare che nel passato si sono già verificati casi clamorosi di default, anche da parte di Stati molto grandi. A partire dalla Germania, che per ben tre volte si è ritrovata in stato di insolvenza del proprio debito sovrano, nel corso del secolo passato (1932, 1939, 1948).

A livello asiatico va invece ricordato il caso del Giappone, altro Paese cui si guarda spesso con sospetto essendo il più indebitato a livello mondiale. Tokyo ha infatti dovuto dichiarare il suo stato di insolvenza nel 1942 e nel 1946.

Tra i Paesi emergenti occorre poi ricordare il caso brasiliano, autore di una serie molto lunga di default, i più recenti dei quali sono stati quelli del 1986 e del 1990.

Insomma, anche la storia insegna che il detto Too big to fail potrebbe essere una illusione. Ove però il fallimento di un grande Paese dovesse verificarsi in un momento come questo, caratterizzato da legami sempre più stretti tra una entità statale e l’altra, le ricadute potrebbero essere difficili da arginare, trascinando nel caos molti altri.

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