George Soros

Short Selling: cos’è e come funziona la vendita allo scoperto

Lo Short Selling, ovvero la vendita allo scoperto, è ormai da molto tempo una pratica destinata a provocare non poche polemiche.

Tanto da essere additata da più parti come una pratica da vietare, al fine non solo di tagliare le unghie alla speculazione, ma anche per evitare che il ricorso ad essa possa dare vita a danni profondi.

Questo in quanto lo short selling accentua le tendenze ribassiste, esaspera i problemi di liquidità e la scarsità di credito. Soprattutto quella portata avanti dai grandi investitori e, in particolare, dagli hedge funds.

Short Selling: definizione

La vendita allo scoperto è un’operazione finanziaria che viene approntata dando vita alla vendita di strumenti finanziari non posseduti, i quali verranno poi acquistati in un secondo momento.

Naturalmente, chi la mette in campo lo fa ritenendo che il prezzo al quale gli strumenti finanziari saranno riacquistati sarà inferiore al prezzo inizialmente incassato attraverso la vendita. Si tratta in pratica di una scommessa, in quanto nel caso si verifichi l’ipotesi opposta il rendimento complessivo dell’operazione sarà negativo.

Short Selling, come funziona

Lo Short Selling prevede che gli asset scelti per l’operazione siano prestati temporaneamente da una banca o da un intermediario finanziario al venditore allo scoperto.

Il prestito in questione comporta una sorta di premio, sotto forma di interesse annuale al broker in relazione alla durata in giorni dell’operazione di vendita allo scoperto. Cui si va ad aggiungere un margine di garanzia per l’operazione in percentuale al controvalore scambiato.

Da notare proprio l’inversione della logica rispetto ad una normale operazione di trading, in cui gli step sono prima l’acquisto dell’asset e poi la sua successiva vendita per lucrare sulla salita di prezzo. Proprio per questo la pratica è avversata da più parti.

Le limitazioni previste

La vendita allo scoperto prevede alcune limitazioni. In particolare:

  1. il profitto potenziale è limitato rispetto ad una normale operazione di acquisto con successiva vendita, a differenza delle potenziali perdite, che possono essere illimitate. Proprio per questo il broker provvede a congelare i fondi provenienti dalla vendita allo scoperto, a garanzia e copertura del successivo riacquisto, richiedendo inoltre un ulteriore importo, detto margine di garanzia. In questo modo può tutelarsi  dalla possibilità che il venditore riesca a ricoprirsi riacquistando gli asset in gioco a prezzi considerevolmente maggiori rispetto a quelli di vendita. Il broker provvede poi a svincolare il margine contestualmente alla chiusura della posizione, operazione tecnicamente definita ricopertura dello scoperto;
  2. il broker può anche prevedere l’estinzione anticipata della vendita allo scoperto in caso di operazioni societarie (aumenti di capitale, raggruppamenti, scissioni, fusioni ed altre). Una possibilità riconosciuta dal Codice Civile, con gli articoli 1813 e seguenti. Proprio essi stabiliscono infatti che con l’operazione di prestito, gli strumenti finanziari oggetto del contratto ed i diritti accessori (ad esempio quello di voto, di intervento all’assemblea, di recesso o alla quota di liquidazione) passano nella disponibilità di chi li riceve in prestito. Il prestatore, invece, conserva il diritto all’assegnazione di azioni in caso di aumento gratuito del capitale e di opzione ove l’aumento preveda un pagamento. Se nel corso del prestito la società emittente distribuisce dividendi o altri utili su cui sia gravante una ritenuta, il broker può addebitare al beneficiario del prestito una commissione straordinaria pari allo stesso importo del dividendo o dell’utile distribuito.

Perché la vendita allo scoperto è oggetto di polemiche?

Leggendo con un minimo di attenzione, si può facilmente capire il motivo delle tante polemiche che da decenni caratterizzano la discussione sullo Short Selling.

Trattandosi di una pratica che accentua la tendenza ribassista dei mercati, esasperando al contempo la crisi di liquidità e ponendo ostacoli al credito, è in grado di provocare ingenti danni, soprattutto quando sia rivolta contro una moneta sovrana.

Il famoso attacco alla lira di George Soros

L’evento che continua ad aleggiare alla stregua di un convitato di pietra sulla discussione è l’ormai celebre attacco alla lira ad opera di George Soros.

Il finanziere ungherese, con il suo fondo Quantum, mise infatti in ginocchio l’Italia nel 1992, approfittando di una incauta dichiarazione della Bundesbank, secondo la quale la banca centrale tedesca non avrebbe sostenuto la lira in caso di attacchi speculativi.

Soros decise a quel punto di vendere allo scoperto lire e acquistare dollari. La pressione da lui creata costrinse la Banca d’Italia a vendere ben 48 miliardi di dollari di riserve al fine di sostenere il cambio, con una svalutazione della nostra moneta del 30% e la sua temporanea estromissione dal Sistema Monetario Europeo.

L’attacco del magnate ungherese costrinse il governo italiano a dare vita ad alcune operazioni tese a riportare l’Italia a galla. Prima con un prelievo forzoso dello 0,6% sui conti correnti e poi con una manovra finanziaria pesantissima, volta a rientrare nello Sme, per circa 93mila miliardi di lire. Fu proprio in quella occasione che fece la sua comparsa la famigerata imposta sulla casa poi diventata IMU.

Come si può facilmente capire, l’eventualità di attacchi allo scoperto continua ad aleggiare sui mercati finanziari ogni volta che la situazione economica volge al peggio. Se quella di Soros è un’operazione rimasta celebre, nel corso del tempo se ne sono verificate molte altre.

Un parziale rimedio in questi casi è il divieto temporaneo di operare vendite di questo genere, il quale costituisce però soltanto un palliativo. Proprio per evitare pericolose crisi di sistema da molte parti si continua a richiedere la fine definitiva di questa pratica. Una richiesta inspiegabilmente ignorata dai mercati.

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